Roby Facchinetti: «Così è nata "Piccola Katy", il più grande successo dei Pooh»
Voce, tastierista e anima musicale del celebre gruppo, a 81 anni racconta tappe e retroscena di una carriera straordinaria

di Bruno Silini (foto in apertura di Silvia Colombo)
Con Parsifal - L’uomo delle stelle, Roby Facchinetti realizza un sogno costruito insieme a due indimenticabili compagni di viaggio: Valerio Negrini e Stefano d’Orazio.
È il caso di dire: missione compiuta.
«Noi Pooh eravamo appena scesi dal palcoscenico, nel 2016, e io mi maceravo per il rimpianto di non essere riuscito a realizzare un sogno. Fare appunto di Parsifal (il nostro brano iconico del 1973) un’opera completa, espandendo in forma di opera rock la storia ripresa dal mito che avevamo cantato in quella suite. Come compositore, a Parsifal ho lavorato davvero sodo: volevo che ogni partitura mantenesse lo stesso sapore della suite del 1973, la gemma da cui tutto è nato. E, fortunatamente, quel sapore tra il progressive e il sinfonico sono riuscito a tenerlo vivo nell’intera opera, anche se è stato difficilissimo. Il nostro personaggio, a differenza di quelli del mito o dell’opera lirica di Wagner, trova l’amore e ha un figlio; e anche il Sacro Graal ha un’interpretazione nuova, moderna, diversa da quelle che l’hanno tramandato nei secoli come un mistero sin troppo oscuro».
Qual è il tuo personale Santo Graal?
«È quello che ho dentro, la parte migliore di me stesso. In ognuno di noi c’è una parte buona e una parte meno buona. Non sempre abbiamo la capacità di tirar fuori la parte migliore. Se lo facessimo tutti, il mondo sicuramente sarebbe molto, molto meglio. Non vivremmo quelle scene drammatiche alle quali stiamo assistendo oggi con queste guerre assurde. Mi piace citare Attila: “Io ho fatto mille guerre e queste mille guerre non mi hanno insegnato niente, perché la guerra distrugge solo e non insegna nulla”».
Il più bel ricordo di Negrini e D’Orazio?
«Sono stati poeti che hanno dato voce alle nostre note. Valerio è stato il mio alter ego, il completamento della mia anima artistica, il mio complice, il fratello quasi gemello, il genitore con me di centinaia di “figlie”: le nostre canzoni. Come Valerio un giorno ha scritto - e cantato! - per e con me, noi due eravamo “io scrivano e tu pianista, viceversa volpe e gatto”. Fratelli, soprattutto entrambi di “professione sognatori”. Di Stefano mancano le sue telefonate, il suo spirito, le sue parole, manca la sua goliardia, i suoi consigli, la sua generosità. Manca l’uomo che è stato, l’amico vero, il compagno di vita, manca il mattatore di mille tavolate, la persona su cui si può contare sempre e comunque. E a me manca anche, dolorosamente, quel suo: “E bravo, Facchinetti!”, che mi ridava energia e mi gratificava come poche altre cose al mondo. Detto questo, Valerio e Stefano hanno saputo imporre un linguaggio, un modo di esprimersi irripetibile. Con loro, i Pooh hanno raccontato storie di uomini e donne, hanno raccontato l’amore, l’universo femminile, la vita di tutti i giorni».
Nel suo libro Che spettacolo è la vita accenna a un episodio di depressione dopo la morte di Negrini. Come ne è uscito?
«La depressione è una brutta malattia. Ne sono uscito con la musica e mi sono anche fatto aiutare, perché quando si vivono certe cose è quasi impossibile uscirne da soli. Mi sentivo perso, non mi riconoscevo più, avevo mille paure. Finii anche in ospedale, a dirla tutta. E mi curai in silenzio, lontano da tutti, uscendone solo dopo molto tempo e con grandissima difficoltà».
Il nome Camillo proprio non le piaceva?
«Il mio nome completo è Camillo Ferdinando Facchinetti. Non mi sono mai piaciuti, soprattutto Camillo. Pensare che uno speaker annunciasse “Camillo Facchinetti alle tastiere” mi dava i brividi (...)