Bergamasca di nascita, ma vive nel bresciano

Il sogno della loverese Fanchini che ha vinto la discesa a Cortina

Il sogno della loverese Fanchini che ha vinto la discesa a Cortina
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Il giorno che arrivò sul podio, in Canada nel 2005, un giornalista le si avvicinò per chiederle cosa ci avrebbe fatto con i 70mila euro del premio che davano insieme alla medaglia d'argento. «Te la compreresti una bella automobile grande?». Elena ci pensò su un momento. «Perché?». La Franchini è nata a Lovere e viene da Vissone, frazione di Montecampione, in provincia di Brescia. Un posto dove la gente si fa un mazzo così per guadagnarsi il pane. Chi si spezza la schiena figurati se va a buttare via lo stipendio per una decappottabile da guidare in montagna. «Li metterò da parte». Adesso che sono passati un sacco di anni, e Elena ha vinto a Cortina la gara di Coppa del Mondo di Discesa Libera, nessuno è andato a metterle il microfono sotto al naso per chiederle che effetto fa. Lo sapevamo tutti: «Ho fatto tanta fatica. Vincere in Italia è un sogno - ha detto lei -, è stata un'emozione indescrivibile».

 

http://youtu.be/7_o_lh9-emQ
A darle una mano ci si è messa la nebbia. Tutti aspettavano Lindsey Vonn e il 62esimo trionfo in Coppa del Mondo, ma con lo sport non puoi prevedere mai un tubo e infatti è andata meglio a noi italiani. I giudici hanno dovuto accorciare la pista, poco più di un minuto, nemmeno tanto, ma abbastanza perché Elena sciasse ancora meglio. Non vedeva bene, ma i conti con la paura Elena li aveva già fatti da un pezzo. Quella della Fanchini è una carriera piena di infortuni. Una volta i legamenti, un'altra un problema al ginocchio, e così tutte le volte che arrivava a una gara importante non riusciva mai a dare il massimo. Ma questa volta no. «Avevo il pettorale numero 30 quando vinsi a Lake Louise, era il 2 dicembre 2005. L'anno scorso ho iniziato la stagione molto bene, con due podi a Lake Louise e a Beaver Creek, ma poi una serie di cadute mi ha fatto perdere la sicurezza».

 

http://youtu.be/SEvHo97YBf4

La sicurezza, mica il sorriso. Né l'idea che è soltanto dalla testardaggine che arrivano i traguardi belli. Elena si è sempre accontentata di credere in se stessa, con la famiglia a fianco, comprese le sorelle che sciano come lei. «Che sia Sabrina o Nadia, le mie sorelle me le trovo ovunque, in tutte le competizioni». Il papà, Sandro, faceva l'operatore agli impianti di risalita: un tempo, quando c' erano gli skilift col "gancio", il suo lavoro era quello del piattellista. Fatica, insomma, l'unica cosa che Elena ha sempre rispettato. Per il suo lavoro e per quello degli altri. Un'altra volta, ai campionati mondiali di Bormio sempre nel 2005, arrivò al traguardo e disse che dedicava la vittoria a Marco Pantani, morto un anno prima, un altro che di fatica ne ha sempre fatta. Uno che diceva: «Sono scattato non so quante volte fino a farmi male, perché io sono capace di farmi male». Lui parlava di salite. Ma con le discese non deve essere tanto diverso.

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