Gli applausi a fine partita

Sconfitti, ma sugli spalti vincitori

Sconfitti, ma sugli spalti vincitori
Eventi 20 Settembre 2018 ore 07:00

Hanno vinto a mani basse, in settecento contro quindicimila non hanno mai sfigurato e rappresentano la pietra angolare da dove adesso è necessario ripartire. I tifosi dell’Atalanta presenti al Mazza di Ferrara hanno fatto un figurone nella serata in cui tutta la città estense ha applaudito il 2-0 firmato Petagna, ma soprattutto il rinnovato impianto cittadino, è doveroso sottolineare la “prestazione” di chi al lunedì sera è arrivato fino a lì, nel primo lembo di Emilia Romagna, per sostenere la Dea. Fino alla fine.

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Il nuovo Mazza, 8 milioni di euro spesi benissimo. Il primo impatto con il nuovo stadio della Spal, nonostante posti stampa per ragazzini di 11-12 anni (impossibile sedersi comodi in quelle trappole) e nessun genere di conforto a disposizione se non un misero caffè (almeno l’acqua, amici ferraresi, potevate fornirla), è spettacolare. Il diamante di Ferrara è un impiantino da sedicimila posti tutti coperti, con le tribune appiccicate al campo e un colpo d’occhio e d’orecchio degni degli stadi inglesi. Dove c’erano tubolari posticci è stata piazzata una tribuna imponente in legno e ferro con base in cemento che ospita i tifosi avversari e una bella fetta di padroni di casa, ma nel complesso il lavoro che è stato fatto è ottimo. Per andare in tribuna stampa si passa dal tunnel degli spogliatoi e i tifosi della tribuna (alcuni alle nostre spalle hanno sciorinato un campionario di insulti e bassezze linguistiche che gli ultras a confronto sono educande) sono un po’ a ridosso degli operatori della comunicazione, ma nel complesso il colpo d’occhio è affascinante.

Primo tempo: Rigoni e Ilicic, pasticcio Gasp. Nella prima frazione di gioco, sotto gli occhi sbigottiti di stampa e tifosi, l’Atalanta costruisce poco o nulla, regalando un uomo alla Spal nella zona centrale del campo. Rigoni prima e Ilicic poi, per motivi diversi ma con lo stesso risultato, deludono le attese e anche la scelta di Gasperini di rinunciare a Pasalic spiazza un po’ tutti i presenti. Petagna combatte con Masiello e dalle tribune si sentono grandi applausi ma ciò che più colpisce sono le coreografie e la riposta degli ospiti. I tifosi della Spal festeggiano con due diversi striscioni il nuovo stadio e la ritrovata unità curvaiola (non accadeva dal 2013), ma dall’altra parte i settecento orobici tengono benissimo il "campo" con qualche coro beffa per i padroni di casa («Serie B, Serie B») e tanta voglia di Dea nonostante i pochi riscontri dal campo. Quando Gollini respinge il tiro di Petagna in piena area, lo stadio ruggisce forse per la prima volta dall’inizio della sfida, poi fino al riposo non succede quasi nulla da segnalare.

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Secondo tempo: squadra battuta, tifosi no. Nella ripresa, quando ci si aspetta l’accelerata dei nerazzurri, la Spal segna due volte in pochi minuti e sempre con Petagna da Trieste. Il numero 37 dei padroni di casa è bravo e fortunato a farsi trovare al posto giusto nel momento giusto e la sua esultanza è sacrosanta: dal settore ospiti non si segnala nessuna critica a un giocatore che, solo poche settimane fa, era sul palco della festa della Dea. Semplici, tecnico della Spal, sul 2-0 inserisce Everton Luiz con il compito di randellare tutto il randellabile e per la Dea è notte fonda. Nel finale, i giocatori di Gasperini ci provano con cuore ma poca lucidità, Fares (mica Roberto Carlos) cerca il tris con Gollini che respinge mentre Masiello prima (80’) e Ilicic poi (90’, rigore netto negato allo sloveno) provano a rendere la pillola meno amara. Non importa, nel settore ospiti fino alla fine si fa festa e il sostegno continua anche dopo il fischio finale, segno evidente di come i tifosi abbiano perfettamente capito la situazione e si siano piazzati a protezione della squadra. Una squadra oggettivamente in difficoltà.

Su la testa, in campo e fuori. La preoccupazione per la prestazione della squadra è concreta; sui social e durante il viaggio di ritorno iniziano a girare tanti interrogativi, ma questo non è il momento di farsi prendere dal panico. Preoccuparsi vuol dire avere consapevolezza dei propri difetti e lavorare per migliorarli: è il lavoro di chi va in campo, mentre quello di chi sta fuori è tifare e la speranza che tutti lo facciano anche domenica a San Siro, contro il Milan, è altissima. Alla Scala del calcio non ci saranno gli ultras, la vendita dei biglietti è riservata ai possessori di Dea Card e quindi mancherà il motore trainante del tifo. Però Milano è dietro l’angolo e non c’è nessun motivo per cui San Siro non possa essere invaso da cinquemila bergamaschi. Probabilmente non succederà, ma se andare in ottomila a Dortmund è stato un sogno, allora perché non stare vicino alla squadra adesso visto che i ragazzi hanno bisogno di noi?