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L'esperta risponde

I consigli di Laura Adele Feltri. Quartier Finardi, il luogo dei giardini incantati

I rioni di Bergamo hanno tutti delle precise caratteristiche e identità. Tra loro, uno dei più particolari è questo vicino allo stadio. L’ingegnere che lo progettò era proprietario dell’antica villa omonima e pose la regola del verde. L’importanza del Liberty

I consigli di Laura Adele Feltri. Quartier Finardi, il luogo dei giardini incantati
Tendenze Bergamo, 17 Marzo 2021 ore 16:44

di Luigi de Martino

I quartieri di Bergamo rappresentano ciascuno un mondo particolare, con una precisa identità. Laura Adele Feltri, esperta della materia immobiliare, oggi ci parla del quartiere Finardi, uno dei luoghi più caratteristici della città del Novecento.

Il quartier Finardi rientra nella parrocchia del borgo Santa Caterina.

«Io da piccola abitavo proprio in Santa Caterina. Ricordo che la domenica con la nonna Adele andavamo a passeggiare nel quartiere Finardi e la nonna mi diceva che quello era il luogo dei giardini incantati. Ci arrivavamo attraverso una viuzza interna, da dietro il Santuario. Mi ricordo bene il fascino delle ville liberty o eclettiche della zona».

Laura Adele Feltri

Lei da piccola abitava in una villa?

«No, perché non ve ne sono nel borgo storico. Ho trascorso la mia infanzia in un palazzo con portineria, che negli anni Settanta era considerato un lusso, come avere un box e un giardino ben curato, dove sfortunatamente ai bambini era impedito per regolamento accedere per giocarci. Allora, io e i miei fratelli abbiamo giocato in un cortile protetto dove correre, girare in bici; poi, di nascosto dal portinaio, facevamo incursioni nel grande giardino piantumato con alberi e siepi magnifiche. Credo che sia per questo motivo che io apprezzo di più le case singole con giardino e meno gli attici, sono i ricordi d’infanzia che riemergono».

Quindi addentrarsi in quel quartiere di ville era come entrare in un luogo incantato?

«Sì, davvero. Da mia nonna seppi che il quartiere nacque per volontà di una famiglia di possidenti terrieri, che nell’Ottocento acquistarono Villa Grismondi per togliere i proprietari da difficoltà economiche. Dimora che ovviamente assunse il nome di Villa Grismondi Finardi. Fu comprato anche il vasto terreno agricolo attorno a essa. È possibile ancora oggi ammirare la villa antica nel suo splendore; ogni anno si organizzano visite guidate con la possibilità, inoltre, di affittarla per occasioni importanti. Bisogna considerare che nei primi decenni del Novecento, appena fuori dalla linea del borgo, si trovava la campagna, c’erano i frutteti: Redona, Monterosso… Al posto dello stadio c’era l’ippodromo e nella zona esistevano soltanto i Celestini, il Lazzaretto e la Villa Sport con le scuderie (la si vede ancora, davanti alla Curva Nord)».

Ancora oggi il quartiere conserva il suo fascino con ville, villini e piccoli edifici tutti rigorosamente con giardino?

«Anche se si sono avvicendati diversi proprietari si è sempre mantenuto lo stampo originale: ogni dimora doveva essere circondata da un elegante e curato giardino. Era una caratteristica obbligatoria, stabilita dall’ingegnere Finardi quando iniziò a vendere i lotti di terreno che erano divenuti edificabili. La vendita era subordinata da alcune precise condizioni: le ville dovevano avere lo stesso stile, uguale altezza e un’impronta di oasi verde. L’ingegnere proveniva dalla zona dell’Isola Bergamasca, ma a differenza di Crespi d’Adda dove i giardini erano coltivati a orto, qui l’imperativo era che il verde fosse propedeutico al riposo dell’anima e del corpo. Quando una persona entrava nella sua casa doveva essere accolta dalla sensazione di pace e bellezza, e un giardino ben curato era il primo passo».

Quanto durò lo sviluppo di questa area?

«Iniziò negli anni venti e proseguì fino agli anni 70. Nacque come luogo appartato e continuò a essere un “quartiere protetto da occhi indiscreti”; grazie a eleganti cancelli in ferro battuto, al verde che circonda le ville, ancora oggi il luogo offre un senso di quiete e di privacy. Per esperienza diretta posso dire che il desiderio di vivere qui è ancora oggi dettato da un forte desiderio di trovarsi come in un nido protettivo».

Anche la viabilità qui è particolare?

«Le vie che circondano le case sono costruite con una logica di sensi unici, un dedalo che non invita automobilisti estranei ad avventurarsi. Negli ultimi anni si è potenziata la protezione con pilomat azionabili esclusivamente dai residenti».

In origine qual era il disegno dell’ingegner Finardi?

«Quando iniziò a lottizzare i terreni desiderava dare origine a un quartiere residenziale destinato all’alta borghesia, un posto appartato, tranquillo. Di élite. L’idea era di un quartiere in stile inglese, richiamava la “città giardino”. Una via è dedicata a Lesbia Cidonia, al secolo Paolina Secco Suardo, abitante della villa, e moglie del conte Grismondi. Fu un’abile poetessa del Settecento, molto legata al Pindemonte, l’amico del Foscolo. Paolina, a Parigi, conobbe Voltaire, il quale scrisse per lei parole lusinghiere. Le altre vie sono dedicate a personaggi garibaldini della Spedizione dei Mille: un Finardi fu infatti un importante garibaldino che divenne anche sindaco di Bergamo e presidente dell’Accademia Carrara».

Ci può dire qualcosa della villa storica?

«In origine venne costruita come casa di campagna, ancora oggi da una parte si nota la costruzione tipica della casa di villeggiatura con scuderie e vinaie; dall’altra, l’edificio ha preso le forme della casa padronale, della dimora. Una revisione dell’edificio venne affidata, a metà Ottocento, all’architetto Giacomo Bianconi, di origine milanese, che si trasferì a Bergamo per insegnare in qualità di illustre professore di architettura all’Accademia Carrara».

Ha avuto una ripercussione sul quartiere la costruzione dello stadio e l’avvicendarsi delle partite di calcio?

«Credo fosse inevitabile, non tanto all’inizio perché le autovetture non erano numerose come oggi, ma negli ultimi decenni la zona alla domenica è diventata un luogo molto affollato, a tratti caotico».

Questo aspetto ha inciso in modo negativo sul valore immobiliare?

«Per molti anni la zona ha subito un calo di valore, la domanda non era molto elevata. Ma dopo l’introduzione di pilomat e sensi unici c’è stata una ripresa del mercato. Veder languire un quartiere con caratteristiche così particolari, non solo dal punto di vista architettonico, era doloroso. C’è da considerare che le famiglie che abitano in quella zona sono molto affezionate alle loro case. Le confido che una mia cliente rifiutò una buona proposta d’acquisto da parte di un’impresa edile perché la società avrebbe frazionato la sua villa per farne diversi appartamenti. Preferì invece un’offerta più bassa, da una famiglia, ma con la certezza che la casa sarebbe rimasta integra. Mi disse che ci teneva alla villa e che non voleva creare problemi ai suoi vicini, con i quali da quarant’anni aveva un ottimo rapporto. Insomma, il quartier Finardi è un luogo davvero particolare».

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