Da don Bepo ai giorni nostri

Ci sono almeno tre buone ragioni per fare festa al Patronato

Ci sono almeno tre buone ragioni per fare festa al Patronato
Viva Bèrghem 22 Settembre 2018 ore 09:30

Chi non lo conosce farebbe bene ad andare a dargli un’occhiata, magari verso le sette di sera, nella casa di via Gavazzeni, quando centinaia di persone di ogni etnia e colore si mettono in fila per la cena: a un euro, ma se uno non ce l’ha mangia lo stesso. Oppure potrebbe andare al Posto Caldo, alla stazione dei pullman, dove c’è un’altra mensa gratuita. Oppure in diversi altri luoghi della provincia o magari addirittura dall’altra parte del mondo, in Bolivia.

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Da ieri, venerdì 21, a domenica 23 il Patronato San Vincenzo festeggia i suoi primi novant’anni. Definirlo non è facile. Metà scuola e metà ospedale da campo. Nelle diverse case in genere abitano, studiano, vivono quelli che fanno più fatica a stare al passo col mondo d’oggi o quelli che nessuno vuole: minori disadattati, mariti che dopo la separazione hanno perso tutto, giocatori d’azzardo finiti sul lastrico, disoccupati che non sono più riusciti a inserirsi nel mondo del lavoro e immigrati, centinaia di immigrati. Ogni santo giorno qualcuno bussa alla porta chiedendo almeno una branda. Il problema è che poi, non sapendo più dove andare, questo qualcuno qui ci pianta la tenda. Alcuni numeri per farsi un’idea: gli ospiti italiani, tra Casa del Giovane, Casa Centrale e Sorisole, sono circa duecento; gli stranieri trecento. I minori ospitati a Sorisole sono settanta (molti di loro hanno problemi con la giustizia); centoventi, invece, vivono nella Ciudad del Niño di Cochabamba, in Bolivia. Gli studenti tra Bergamo, Endine e Clusone sono mille e cento, noventocinquanta nel Paese andino. Un universo mandato avanti da dieci preti, volontari e 217 dipendenti, metà dei quali insegnanti.

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Don Roberto Pennati può essere definito l’anima del Patronato di oggi. È cresciuto con don Bepo Vavassori, l’artefice di tutto. Don Roberto da anni è malato, vive in una stanza senza poter uscire. Questo gli consente di conoscere e osservare con maggiore profondità ciò che succede e di indicare la rotta. «Il Patronato – dice – è prima di tutto un luogo di ascolto dei poveri. Ascolto di chi ha bisogno. E subito dopo è la ricerca, “l’invenzione” delle risposte a quei bisogni, risposte che cambiano a seconda del tempo: quelle di cinquant’anni fa non sono quelle di oggi. Le cose cambiano e bisogna saper cambiare, questa deve essere una caratteristica del Patronato». «Oggi – continua don Roberto – il Patronato risponde soprattutto a giovani e poveri. I giovani sono gli studenti, bergamaschi e stranieri, che trovano ospitalità nelle scuole professionali e non solo. Altri giovani hanno dei problemi con la giustizia: per loro bisogna trovare delle risposte che li aiutino a riprendere la strada». Tutto questo nella Bergamasca e anche in Bolivia. «Quante cose ci sono da cambiare in Bolivia – aggiunge don Pennati -! Ci sono tanti problemi: con il governo, economici e così via. Il Patronato allora deve cercare di essere sempre nuovo. Deve essere giovane lui per potersi aprire alle richieste e alle esigenze di tutti questi ragazzi».

Giovani e poveri, ma poi il Patronato è anche tante altre cose. «Recentemente il vescovo ha detto che è una delle fraternità sacerdotali, un’idea bellissima che però bisogna incarnare. Noi ci rifacciamo sempre a don Bepo, vivendo oggi l’attenzione, il rispetto, la carità, l’aiuto reciproco. Prima di tutto…

 

Per leggere l’articolo completo rimandiamo alle pagine 8 e 9 di BergamoPost cartaceo, in edicola fino a giovedì 27 settembre. In versione digitale, qui.

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