Un giallo a lungo irrisolto

Sono passati ben cinquant’anni dalla “riscoperta” del Colleoni

Sono passati ben cinquant’anni dalla “riscoperta” del Colleoni
21 Novembre 2019 ore 04:00

Cinquanta anni fa, Bergamo svelava al mondo uno dei misteri che l’avevano attanagliata per anni. Il 21 novembre 1969 venivano infatti ritrovate le spoglie del suo più famoso condottiero, Bartolomeo Colleoni (Solza circa 1395 – Malpaga 1475), uno degli uomini d’arme che avevano segnato il corso militare e politico del XV secolo. L’impresa fu ardua e sebbene non tenne milioni di persone davanti a radio e tv come fece invece lo sbarco sulla Luna (avvenuto quello stesso anno), in quel di Bergamo fu comunque un evento memorabile e ipnotizzante, dati anche gli svariati tentativi e i rocamboleschi esiti infruttuosi a causa delle errate supposizioni.

 

 

Ritrovarlo non era forse così importante, dato che la sua figura e le sue gesta sarebbero comunque continuate a essere storiche, mitiche e intramontabili: basti guardare i documenti iconografici che ci sono giunti per vedere quale stazza la contraddistinguesse, quali peculiari tratti somatici, per nulla locali, la rendessero fascinosa e teutonica al contempo e di quale forza fisica e virilità fosse capace. Ma resta un fatto che ha scritto una pagina di storia delle nostra città. Anche le sue opere hanno valicato i secoli: il sistema di rogge tessuto in pianura per renderla maggiormente irrigua, a beneficio anche dei suoi possedimenti, così come l’istituzione del Luogo Pio della Pietà a Bergamo per salvaguardare il destino di migliaia di povere nubende e contribuire al contempo alla proliferazione della gens bergamasca, l’acquisto di due manieri di cui uno divenuto la sua corte privata al pari di un qualsiasi “signore” di sangue blu e, infine, la realizzazione del suo mausoleo in Piazza Duomo, la Cappella Colleoni.

 

 

Oggi la cappella è l’edificio maggiormente fotografato di Città Alta, a dispetto dell’imponenza della vicina Basilica e dell’importanza della Cattedrale, per non parlare del broletto medievale. Eppure il turista, quando varca il porticato del Palazzo della Ragione, non ha occhi che per lei: un edificio tra il tardo gotico e il primo Rinascimento, smagliante nella sua tricromia più simile a un merletto che a un rivestimento, in cui affondano morbidamente nicchie, rosoni, sculture e bassorilievi fino a slanciarsi in guglie e pinnacoli. È una cappella che per 493 anni si è “presa gioco” di tutti i suoi visitatori, celando le spoglie del suo illustre ospite. Ma dove? Non in uno dei due sarcofagi che si vedono appena saliti gli scalini e varcata la soglia dell’ingresso, superba opera dell’architetto Giovanni Antonio Amadeo, bensì nella zoccolatura di quello inferiore, pare per volere dello stesso Colleoni, che temeva che i nemici vinti in vita potessero vincere lui dopo la morte. Arrivare a questa conclusione e, soprattutto, al rinvenimento delle spoglie non fu assolutamente cosa facile. Le cronache raccontano che già nel 1913 si insinuò il dubbio, sorto durante la visita di re Vittorio Emanuele III a Bergamo, di dove fosse sepolto Colleoni. Addirittura, il priore della Basilica, mons. Locatelli, si convinse che le spoglie dovessero per forza trovarsi in Basilica, complice il rinvenimento di una grande arca sepolcrale in granito con resti umani, che poi si rivelarono appartenenti a una persona vissuta ben prima del XV secolo.

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Morto a Malpaga nel 1475, il corpo del condottiero giunse a Bergamo solo l’anno dopo su di un carro funebre trainato da cavalli neri per essere esposto per tre giorni in Basilica. Nel feretro vestiva una camicia di raso cremisi, una turca di panno colore argento e gli speroni, mentre ai lati aveva berretta, bastone di comando e spada di Capitano Veneziano, carica militare mantenuta per ben vent’anni. Anni e anni di ricerche e di contraddizioni portarono alle ipotesi più fantasiose circa l’esatta collocazione del suo sepolcro all’interno del mausoleo, finché nel primo pomeriggio del 21 novembre 1969, “ravanando” con una scopa all’interno del sarcofago maggiore inferiore – su indicazione del nuovo priore della Basilica, mons. Angelo Meli -, ci si accorse della presenza del coperchio della bara in legno di pero (200×45 cm), lì collocata il 4 gennaio 1476. Aperta, questa restituì quel che restava del condottiero, intatto e vestito di tutto punto insieme al suo corredo.

 

Ma Bartolomeo ci ha omaggiati proprio in quel contesto di un ultimo colpo di scena. A suo dire, egli nacque nell’anno santo giubilare del 1400 e morì, questo è certo, il 3 novembre 1475. Ma nella bara, in corrispondenza della base dei piedi, la targa di piombo recita un’altra verità, che ne anticipa i natali al 1395 o addirittura al 1392 (i numeri romani sono in parte abrasi). Per quale motivo, dunque, il Colleoni mentiva sulla sua data di nascita? Semplice: un condottiero, capitano di ventura mercenario, che combatteva indistintamente per chi più lo pagava, più era giovane (e cinque anni di allora possono essere rapportati a dieci o quindici di oggi) e più poteva offrire maggiori garanzie tattiche e di resa fisica. Ringiovanirsi, dunque, gli permetteva di avanzare richieste per un ingaggio monetario maggiore. Un po’ come accade per i calciatori oggi, diciamo.  Con la differenza che Bartolomeo Colleoni non fece mai autogol e, a parte un pari e patta, vantò solo vittorie, guadagnandosi una sorta di immortalità agli occhi di noi bergamaschi, che lo riteniamo, a ragione, una delle nostre maggiori icone a cui saremo perennemente legati.

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