Si semplifica troppo

Le parole del nostro dialetto che stiamo via via dimenticando

Le parole del nostro dialetto che stiamo via via dimenticando
Viva Bèrghem 17 Agosto 2018 ore 05:00

Sembra essere l’ultima moda, un segno inequivocabile di territorialità, come amano sottolineare quanti, in politica e non solo, vogliono evidenziare uno stretto rapporto con la realtà locale e più in generale con la gente. L’utilizzo del dialetto nella gergalità comune, anche e soprattutto dei giovani e degli adolescenti, è sempre più diffuso. Siamo però sicuri che venga parlato, e di conseguenza tramandato, in maniera corretta? Spesso e giustamente lo si utlizza per slogan legati al tifo sportivo («Mai molà!») ma anche per dare genuinità colloquiale a incitamenti («Adòss!») e dialoghi amicali. Come ogni lingua che si rispetti, la miglior scuola per apprendere è la pratica.

Ai nostri ragazzi garantiamo vacanze studio all’estero, tanto che in Inghilterra l’ospitalità in famiglia è florida attività imprenditoriale; forse dovremmo assicurare analoga full immersion anche per la lingua dei nostri nonni e delle nostre origini, favorendo serate e settimane in compagnia dei nonni stessi, week end con gli alpeggiatori in casèra, serate giocando a cotècc oppure l’ascolto di racconti e vicende locali dalla viva voce dei residenti protagonisti.

 

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Il rischio, sempre più forte e misurabile, è che si perda l’originalità della parlata, ricca di una semantica colorita e ineguagliabile. Un esempio? La classica cerniera centrale dei pantaloni fu definita dai suoi ideatori "chiusura lampo". Una rivoluzione, una delle icone della modernità. Il mondo della moda e anche i nostri ragazzi oggi la definiscono semplicemente “zip”, dato che l’inglese è d’obbligo e fa molto glamour. Ma vogliamo mettere la colorità traduzione altobrembana di fülmen (fulmine, lampo) che ha portato a definire con questo termine proprio la patta (a volte malauguratamente aperta) dei pantaloni?

L’altro giorno un amico di comune origine brembana ma ora residente a Milano, lanciando un breve messaggio in un gruppo Whatsapp, ha scritto a un altro amico qualcosa tipo: «T’o edù visì a l’altalena ier sira…» (ti ho visto vicino all’altalena ieri sera), per confermare la presenza con prole in un parco giochi. Le nostre nonne sarebbero inorridite. Visì (vicino) è una tremebonda traduzione degli ultimi decenni, ma la forma corretta è apröf. Per non dire de l’altalena, un termine sbrigativo che richiama le incerte traduzioni di Totò e Peppino in piazza Duomo a Milano (…e citavano proprio la Val Brembana) che a una corretta terminologia dialettale. L’altalena infatti è assolutamente e tassativamente la spigolsa, anche se addirittura in altre zone (vedi Casnigo in Valle Seriana) essa diventa la caroscéra.

 

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Insomma, il rischio concreto è che con i benedetti (e maledetti smartphone) si scattino fotografie splendide, che però faticheranno ad essere someanse. Forse i nostri ragazzi arriveranno a definire büs l’apertura laterale nei vecchi portoni utile a far uscire i gatti, ma qualcuno dovrà pur ricordare che quella è (e resta) la bicola. Non è questione di fare gli integralisti e fare catenaccio come a livello calcistico (a proposito, scarnàs), ma di salvaguardare una ricchezza infinita, propria anche della lingua italiana. Oggi andiamo semplicemente a spanne, o meglio a a chili, dimenticando che non c’è semplicemente la balansa (la bilancia), ma ci sono tipi e vocaboli ben codificati: una stadera (bilancia manuale con piatto, catena e contrappesi) non è certo una basacüla (la ben più grande bascula). In autunno si fa presto a dire castagne: ci sono le ostanele (maturazione precoce addirittura ad agosto), i biunde e i pregiati barbanc, per non dire dei biligocc (che meritano un’enciclopedia a parte). Durante le gite in montagna mostrate ai figli zödegn (mirtilli) e grignapù (lamponi): il dialetto ha una dolcezza infinita.