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Un Giro sotto il segno di Bergamo

Un Giro sotto il segno di Bergamo
Viva Bèrghem 21 Maggio 2017 ore 08:30

Il ciclismo è come la storia: ha bisogno di uomini e di luoghi per fare epica. Passa da Bergamo il Giro d’Italia numero cento e almeno un pezzo di leggenda lo potrete vedere pedalare qui, lungo queste strade piene di fascino e di sentimento.

Le tappe orobiche. La domenica (21 maggio) il gruppo prenderà il via da Valdengo, attraverserà Brivio ed entrerà nel territorio bergamasco con due gran premi della montagna - Miragolo San Salvatore e Selvino - per poi scendere a Nembro e arrivare a Bergamo. In città la carovana rosa si fermerà lunedì 22 per l’ultimo giorno di riposo prima del gran finale, e martedì 23 ripartirà da Rovetta per arrivare a Bormio dopo aver attraversato l’Alta Val Camonica, il Mortirolo e lo Stelvio: 227 chilometri per una delle tappe regine del Giro numero cento. L’epica non la vedi finché non ci sei in mezzo. È per questo che dovete andare lungo le vie e sui marciapiedi, a vedere che cos’è questo benedetto ciclismo, a sentire il fragore delle catene e il ritmo della pedalata.

 

 

Gli sponsor bergamaschi. Non sono più i tempi in cui i bergamaschi erano dappertutto nel gruppo, e spiccavano i nomi di campioni come Felice Gimondi, Ivan Gotti e Paolo Savoldelli, che hanno vinto sette Giri in tre. Non sono più gli anni in cui persino sua maestà Eddy Merckx era costretto a mangiare un po’ di polvere lungo via Tasso e poi a vincere era il campione Felice. Non sono più quei tempi, ma la nostalgia non è una caratteristica del nostro territorio. Bergamo è invece ancora quel posto che sa fare le cose con amore, con fatica, con orgoglio. Tant’è che al via ci saranno molti sponsor. Vittoria, azienda leader nella produzione di tubolari e che si occuperà dell’assistenza tecnica. O la Sitip di Cene, azienda tessile che crede ancora nella forza sociale del ciclismo. E poi Scott e Nastrotex, che fornisce elastici per l’abbigliamento tecnico, ma anche Uniacque e Oriocenter.

 

 

I corridori bergamaschi. Bergamo, però, resta soprattutto una culla per i corridori. Attraverso le salite e l’esperienza del sacrificio. Cioè in mezzo a quella gente, i bergamaschi, abituata a stringere i denti. Fabio Aru, qui, sui pendii della Roncola, iniziò il suo romanzo di formazione con la bicicletta. E così hanno fatto tanti (nuovi e vecchi) campioni del ciclismo. Oggi sono tre in tutto i corridori bergamaschi: l’astro nascente Davide Villella, che correrà nella Cannondale al fianco di Davide Formolo, e i due della Bardiani, Enrico Barbin e Lorenzo Rota.

Bergamasco di adozione è invece Paolo Tiralongo, siciliano di Avola che da molti anni fa base a Palazzago e che da qui ha guidato i primi passi di Aru, che lo considera un secondo padre. Davide Villella, assieme all’altro suo compagno Alberto Bettiol, è uno degli uomini tagliati per le fughe nelle tappe di media montagna. Al suo terzo Giro d’Italia, Villella nel Dna ha la passione per le corse di un giorno. «Una cosa a cui non rinuncerei mai? La mia Bergamo», dice.

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Lorenzo Rota, al secondo anno da professionista, è al debutto assoluto al Giro d’Italia: «Sulla carta so che cosa significa un grande giro, cosa mi aspetta, ma la realtà sarà ovviamente un’altra cosa. Una corsa di tre settimane è un’incognita per il mio fisico. Sono molto motivato e convinto che mi farà fare un salto di qualità importante». Lorenzo compirà 22 anni proprio il giorno del Mortirolo. «L’obiettivo è correre il Giro, e finirlo, senza alcun rimpianto e sapendo di aver dato tutto per la squadra e per me stesso. Sarà esaltante confrontarsi con un cast stellare. Ho potuto già testarmi in una prova World Tour, ma qui sarà diverso. Saranno ventuno tappe dure sia sotto l’aspetto fisico, sia sotto l’aspetto mentale. Non sono preoccupato, ma concentrato. Cerco di pensare il meno possibile alla fatica che mi aspetta e preferisco riflettere sull’importanza dell’occasione. Non lascerò nulla di intentato, poi sarà la strada a giudicarmi».

Anche per Enrico Barbin, nato a Treviglio 27 anni fa, questo sarà il terzo Giro: il suo obiettivo saranno le fughe da lontano, e certo c’è terreno buono anche per le sue ambizioni. Quest’anno lo ha inaugurato vincendo una tappa in Malesia, chissà che non sia la volta buona per il Giro. «Non sono più giovanissimo, e questo è un anno decisivo per me».

 

 

Quanto a Tiralongo, correrà nell’Astana tragicamente colpita dalla morte di Michele Scarponi: il team kazako ha deciso di non sostituire quello che sarebbe stato il capitano dopo l’infortunio di Fabio Aru, ed è partita da Alghero con otto corridori anziché nove. In gruppo ci sarà anche, in una nuova veste, Alessandro Vanotti.

Dopo una bella carriera da gregario (non è una brutta parola), Vanotti ha lasciato le corse ma non il mondo del ciclismo. Nato a San Salvatore, abita ad Almenno San Bartolomeo. Dopo tredici stagioni da professionista, cinque squadre diverse e una sola vittoria (una tappa della Settimana Lombarda dieci anni) Vanotti è al Giro come ambasciatore del maglificio Santini, una delle aziende bergamasche impegnate al Giro. Quella sotto gli occhi di tutti, perché produce le maglie per i leader delle varie classifiche. «Mi sarebbe piaciuto fare cifra tonda (ha corso diciannove Giri d’Italia, ndr) ma l’Astana non mi ha riconfermato. Sono già impegnato a testa bassa in questo nuovo lavoro. Il bello è che, dopo tanti anni in giro per il mondo, la sera posso tornare a casa mia e stare un po’ con la mia famiglia». Per tre settimane la famiglia di tutti sarà questa corsa. Che attraversa l’Italia da Sud a Nord, isole comprese.