La spiegazione

Ancora tanti nuovi positivi? Remuzzi: «Nei tamponi c’è poco virus, non sono contagiosi»

Il numero uno dell'Istituto Mario Negri, in un'intervista al Corriere, dice che non c'è motivo di preoccuparsi se il numero di persone positive in Lombardia (e in Bergamasca) è ancora alto

Ancora tanti nuovi positivi? Remuzzi: «Nei tamponi c’è poco virus, non sono contagiosi»
19 Giugno 2020 ore 14:24

Negli ultimi dieci giorni, i dati sui contagi resi noti quotidianamente da Regione Lombardia preoccupano un po’. Il numero delle persone positive ai tamponi, infatti, è tornato a salire, sebbene non in maniera esponenziale. Attorno a questi nuovi casi, però, aleggia una terminologia che sta prendendo sempre più piede in quel vocabolario nato attorno al coronavirus: debolmente positivi. Abbiamo già spiegato cosa significa: in sostanza, i nuovi positivi presentano una “quantità” di virus bassissima, tale da renderli sostanzialmente guariti dal punto di vista clinico e non contagiosi per le altre persone.

Si tratta di una evidenza legata anche a quella, affermata (con tanto di grande polemica) dal professor Zangrillo qualche tempo fa: i malati Covid di oggi non sono affatto gravi come quelli di un paio di mesi fa. Nelle stesse condizioni, la loro situazione è drasticamente diversa. Un dato riscontrato in precedenza anche dal primario del Papa Giovanni Marco Rizzi e dal professore Giuseppe Remuzzi. E proprio quest’ultimo, in un’intervista rilasciate al Corriere della Sera, è tornato sull’argomento. Spiegando che, a suo parere, si dovrebbe cambiare il modo in cui vengono forniti i dati circa i nuovi contagi, così da evitare inutili preoccupazioni nelle persone.

Il dottor Giuseppe Remuzzi

«L’Istituto superiore della Sanità e il governo devono rendersi conto di quanto e come è cambiata la situazione da quel 20 febbraio ormai lontano – afferma il numero uno dell’Istituto Mario Negri -. E devono comunicare di conseguenza. Altrimenti, si contribuisce, magari in modo involontario, a diffondere paura ingiustificata». Dopo aver esposto un recente studio effettuato dall’Istituto, Remuzzi spiega che i nuovi positivi «sono casi con una carica virale molto bassa, non contagiosa. Li chiamiamo contagi, ma sono persone positive al tampone. Commentare quei dati che vengono forniti ogni giorno è inutile, perché si tratta di positività che non hanno ricadute nella vita reale». Da qui la sua proposta: «L’Iss e il governo devono qualificare le nuove positività, o consentire ai laboratori di farlo, spiegando alla gente che una positività inferiore alle centomila copie non è contagiosa, quindi non ha senso stare a casa, isolare, così come non è più troppo utile fare dei tracciamenti che andavano bene all’inizio dell’epidemia».

Seguendo questo ragionamento, Remuzzi mette anche in dubbio, quindi, l’utilità, almeno in questa fase, di una ampia campagna di tracciamento attraverso l’uso massiccio dei tamponi. Quello che ha fatto il suo collega Andrea Crisanti a Vo’ Euganeo: «Penso che il professor Crisanti abbia fatto un grande lavoro, agendo subito e con decisione. Quel metodo, doppio tampone e tracciamento, va bene per un piccolo focolaio. Ma se il virus circola da mesi e poi esplode come accaduto in Lombardia, quel metodo rischia di diventare controproducente, a meno di avere a disposizione una organizzazione pazzesca tipo Wuhan». E come spiega il fatto che in Lombardia ci siano ancora così tanti casi di coronavirus? «C’è stata una enorme quantità di malati, il virus è girato moltissimo, e questi sono i residui di quella diffusione».

In conclusione, secondo Remuzzi «bisogna dire quanto Covid-19 c’è nelle nuove positività. È quello che sto chiedendo. Il virus è lo stesso, certo. Ma per ragioni che nessuno conosce, e forse per questo c’è molta difficoltà ad ammetterlo, in quei tamponi ce n’è poco, molto meno di prima. E di questo va tenuto conto».

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