Tra numeri e fatti

La questione dei «debolmente positivi» e perché non c’è motivo di preoccuparsi

Il 15 giugno la Bergamasca ha fatto segnare un +69 casi che ha messo ansia a tanti. In realtà, però, la situazione è sotto controllo per fortuna. Vi spieghiamo il perché

La questione dei «debolmente positivi» e perché non c’è motivo di preoccuparsi
16 Giugno 2020 ore 12:37

La prima cosa da dire è che le cose stanno andando bene. Le terapie intensive degli ospedali bergamaschi sono sempre più “vuote” e nei pronto soccorso non arrivano praticamente più pazienti Covid gravi. La situazione sanitaria, dunque, sta tornando (e per buona parte del territorio è già tornata) alla normalità pre-pandemia. Anche i decessi, fortunatamente, sono sempre meno: dopo il tragico tsunami che ci ha travolti a marzo e aprile, da maggio la situazione è costantemente migliorata e attualmente la situazione dei decessi è tornata a essere nella media. Anche i decessi “ufficialmente” iscrivibile a casi di Covid per Regione Lombardia, in Bergamasca, sono pochissimi e lunedì 15 giugno, ad esempio, non ce ne sono stati.

Resta, però, che il numero di contagi continua a essere elevato se paragonato al resto d’Italia e, se guardiamo a casa nostra, anche al resto della Lombardia. Ieri (15 giugno), la Bergamasca ha fatto segnare un più 69 casi che ha ovviamente preoccupato. Anche perché accompagnato da una spiegazione, fornita dall’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, indicativa ma certo non esaustiva: «I dati di oggi risentono di tamponi eseguiti a fronte della positività al test sierologico regionale sui cittadini, altri conseguenti a test sierologici su operatori socio sanitari e altri ancora su ospiti delle Rsa – ha specificato l’assessore -. Degli restanti cittadini positivi oggi, alcuni sono riferibili alla positività in seguito a test sierologici privati. La maggior parte dei casi risulta essere “debolmente positivo”. Questo elemento evidenzia la presenza di anticorpi e di tracce del virus, la cui insorgenza risale però alle settimane precedenti».

L’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera

Non è la prima volta che spuntano i “debolmente positivi” nella narrazione ufficiale dei casi Covid. Ma, di preciso, cosa significa? Perché li definiscono tali? Significa che sono meno “pericolosi”, questi positivi? Andando al nocciolo della questione, potremmo dire che è proprio così. Come spiegano gli esperti, infatti, dopo circa due settimane dall’insorgenza dei sintomi, l’infezione perde gran parte della sua aggressività. L’Rna del virus, quello rilevabile con i tamponi, resta presente, ma il rischio di contagio dal soggetto debolmente positivo agli altri è veramente basso. Lo stesso discorso vale anche per gli asintomatici (da qui le precisazioni della scorsa settimana dell’Oms circa la contagiosità degli asintomatici). Stando ai dati forniti dalla Regione, dunque, buona parte dei nuovi positivi rintracciati sono “vecchi” positivi, soggetti che hanno passato probabilmente l’apice della malattia, o degli asintomatici. Se a questo aggiungiamo il fatto che, secondo diversi esperti e come provato anche da ricerche empiriche, attualmente il virus pare essere meno aggressivo, ecco il motivo per cui l’insorgenza di nuovi casi, anche se più numerosi rispetto a un paio di settimane fa, non deve preoccupare particolarmente.

Anche perché, rispetto al passato, la differenza è che ora i soggetti positivi li si sta andando a cercare. Le campagne di test sierologici abbinati a tamponi che si sono moltiplicate, anche grazie al grande sforzo dei privati o dei Comuni, finalmente porta a rintracciare i soggetti contagiati e contagiosi (seppur debolmente), a isolarli fino alla negatività e quindi a evitare un moltiplicarsi dei casi. Ciò non significa che siamo fuori da ogni pericolo, le misure e le restrizioni ancora in atto servono e vanno rispettate, ma è pure importante osservare le cose con realismo e senza lasciarsi prendere da ansie ingiustificate. Purtroppo, in tal senso, il metodo di diffusione dei dati non aiuta, perché come abbiamo sottolineato più volte sono dati confusi, disomogenei e spesso in ritardo, ma restano gli unici a disposizione.

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