La spiegazione

Lo studio che ha fatto dire a Zangrillo che «il virus, clinicamente, non esiste più»

Luca Telese, per Tpi, ha intervistato il professor Massimo Clementi, autore della ricerca citata dal primario del San Raffaele. E Clementi ha spiegato perché la tanto criticata dichiarazione non è affatto errata e che il virus è davvero meno aggressivo, oggi

Lo studio che ha fatto dire a Zangrillo che «il virus, clinicamente, non esiste più»
06 Giugno 2020 ore 16:48

Da un lato i numeri, che continuano a essere positivi e incoraggianti (anche se qui da noi, in Lombardia, la situazione resta delicata); dall’altro molti esperti, sebbene non tutti, che continuano a raccomandare enorme attenzione perché il virus non è né mutato né morto. Non stupisce, dunque, che la dichiarazioni del dott. Alberto Zangrillo («Il virus, clinicamente, non esiste più») abbiano alzato un bel polverone. In mezzo al quale noi, uomini medi, fatichiamo a trovare la rotta giusta.

Perché se è vero che anche esperti bergamaschi, come Giuseppe Remuzzi e Marco Rizzi, hanno fatto dichiarazioni assimilabili a quelle di Zangrillo, dall’altro c’è chi le ha duramente criticate, come la giornalista scientifica (anche lei bergamasca) Roberta Villa. Per fare un po’ di chiarezza, Luca Telese, per Tpi, ha intervistato il professore Massimo Clementi, ordinario di Microbiologia e Virologia all’università San Raffaele di Milano, autore dello studio che Zangrillo ha citato come fonte della propria affermazione.

Il prof Massimo Clementi

In questa intervista, Clementi spiega perché dire che il virus sia clinicamente finito non è sbagliato, anzi. Ma lo fa raccontando il suo studio, esponendo le proprie motivazioni e raccomandando comunque attenzione. «Da inizio maggio nei nostri reparti non arrivavano più malati con sintomi gravi – spiega Clementi a Telese -. In primo luogo ho ipotizzato che ci fosse stata una mutazione del Coronavirus. Sono frequenti. Poi ho pensato di rivolgermi altrove. Anche confrontandomi con colleghi stranieri. Di cercare una chiave per dimostrare con dei dati frutto della ricerca questo cambiamento che registravamo in modo empirico».

Secondo Clementi, il tema non è la mutazione in sé e per sé del Coronavirus (che non è avvenuta), ma la sua aggressività. E per capirla, «ho preso cento pazienti della prima fase di epidemia e li ho paragonati a cento pazienti della seconda fase. Li ho “estratti” dai campioni della nostra biobanca del San Raffaele. Ed è emersa una differenza stratosferica circa la quantità del virus in ogni singolo tampone. Se un tampone del primo gruppo si rileva un indice di 70mila, nel secondo si aggirava intorno a 700». Questa potrebbe essere una conseguenza del lockdown? Per Clementi no: «Io sono molto convinto dell’utilità del lockdown, non solo non lo metto in discussione, ma ritengo che sia stata decisivo nel contenimento della pandemia. Tuttavia questi casi erano riferiti a tamponi raccolti almeno dieci giorni dopo, rispetto a quelli in cui il paziente aveva contratto l’infezione. Questo significa che il virus si era replicato e amplificato nel soggetto infettato a prescindere dalla quantità iniziale che aveva prodotto l’infezione».

Alberto Zangrillo, primario del San Raffaele

Al riguardo, il professore spiega che sicuramente la «stagionalità» ha influito (l’arrivo di un clima più “mite”, insomma), ma il motivo principale è «che questo virus si stia adattando all’ospite. Il virus per sopravvivere non deve uccidere il suo ospite. Il cambiamento quindi per ora è nell’intensità, ma non è ancora avvenuto sul piano genetico. Il virus tuttavia diminuisce la carica virale per adattarsi all’ospite». Clementi sottolinea come il suo studio rappresenti, al momento, soltanto un punto di partenza: servirebbero conferme anche da altri Paesi, dove però la pandemia è arrivata con settimane di ritardo rispetto all’Italia. «Ma dal dialogo con i colleghi risulta che in Florida, dove hanno fatto un lockdown soft, si stanno osservando le stesse cose. In Spagna idem. In Francia anche», sottolinea il professore.

E quale sarebbe la conseguenza di tutto questo, per Clementi? «Più dimostri che il virus si attenua più dimostri che ci puoi convivere. C’è il precedente dell’epidemia del 2009, con il H1N1 in Messico: esplode in maniera rapida e devastante. Fu dichiarato subito pandemia dall’Oms. Aveva alti tassi di mortalità… Oggi ce lo ritroviamo buono buono insieme agli altri virus influenzali. Ma non uccide più». Questo escluderebbe la certezza anche di una seconda ondata del virus: «Secondo me nessuno può dire che torna – dice Clementi -. O che non torna. E potrebbe anche non tornare. Un esempio? La Sars. Esplose, fino a giugno infettò e poi scomparve».

Nonostante tutto questo, Clementi continua a raccomandare prudenza e attenzione. «Devo raccomandare ancora delle misure di distanziamento sociale». Poi, però, aggiunge: «A parte quelle insensate». Che, per Clementi, è l’utilizzo della mascherina anche in ambiente esterno e con le distanze rispettate: «Io davvero non ne capisco il senso – dice -. L’altro giorno ero sul marciapiede di fronte al mio palazzo: ho visto un signore che correva in pantaloncini, quasi cianotico con una mascherina filtrante. Ho dovuto qualificarmi come medico specialista e chiedergli di togliersela. È folle uccidersi con la propria anidride carbonica. All’aperto, lontano dagli altri, non vedo il motivo dell’utilizzo della mascherina».

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