Atto d'accusa

I medici puntano il dito contro le istituzioni e chiedono loro di assumersi le proprie responsabilità

In una lettera, la FROMCeO Lombardia sottolinea tutti gli errori che sono stati commessi dalle autorità. Parole che combaciano con quelle di diversi giorni fa di tredici medici del Papa Giovanni

I medici puntano il dito contro le istituzioni e chiedono loro di assumersi le proprie responsabilità
07 Aprile 2020 ore 11:55

di Andrea Rossetti

Mentre le istituzioni continuano il loro balletto di accuse reciproche, senza mai arrivare a un’ammissione reale di colpa, in prima linea medici, infermieri e personale sanitario in generale continuano a lavorare al limite. La situazione dei contagi e dei ricoveri sembra lentamente migliorare, ma si resta comunque nella più piena emergenza. E lavorare così, ovviamente, non è facile. Anzi.

Già un paio di settimane fa, alcuni dottori del Papa Giovanni avevano scritto una lettera al New England Journal of Medicine in cui sottolineavano i tanti, troppi errori che erano stati commessi negli anni nel sistema sanitario regionale e che hanno, a loro parere, portato a questa crisi. L’Unità di crisi dell’ospedale cittadino (composta anch’essa da medici) rispose a quella lettera sottolineando quanto fosse stato fatto dall’ospedale. Una risposta legittima, ma che non negava in realtà la situazione dipinta dai colleghi nella prima missiva e che andava ben oltre i confini orobici.

Il 6 aprile sono sempre dei medici, ma questa volta su scala regionale, a prendere carta e penna e scrivere una lettera che è un durissimo atto di accusa verso le istituzioni, ree di non assumersi alcuna responsabilità di quanto sta accadendo. A firmarla è la Federazione Regionale degli Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri della Lombardia, che, arrivata a ben 89 decessi per Covid-19 nelle ultime settimane, ha deciso di fare il drammatico punto della situazione e muovere critiche ben circostanziate alle autorità. Ne riportiamo alcuni stralci.

A fronte di un ottimo intervento sul potenziamento delle terapie intensive, in larga misura reso possibile dall’impegno e dal sacrificio dei medici e degli altri professionisti sanitari, è risultata evidente l’assenza di strategie relative alla gestione del territorio. Ricordiamo, a titolo di esempio non esaustivo:

1) La mancanza di dati sull’esatta diffusione dell’epidemia, legata all’esecuzione di tamponi solo ai pazienti ricoverati e alla diagnosi di morte attribuita solo ai deceduti in ospedale. I dati sono sempre stati presentati come “numero degli infetti” e come “numero dei deceduti” e la mortalità calcolata è quella relativa ai pazienti ricoverati, mentre il mondo si chiede le ragioni dell’alta mortalità registrata in Italia, senza rendersi conto che si tratta solo dell’errata impostazione della raccolta dati, che sottostima enormemente il numero dei malati e discretamente il numero dei deceduti.

2) L’incertezza nella chiusura di alcune aree a rischio.

3) La gestione confusa delle Rsa e dei centri diurni per anziani, che ha prodotto diffusione del contagio e un triste bilancio in termini di vite umane (nella sola provincia di Bergamo 600 morti su 6000 ospiti in un mese).

4) La mancata fornitura di protezioni individuali ai medici del territorio e al restante personale sanitario. Questo ha causato la morte di numerosi colleghi, la malattia di numerosissimi di essi e la probabile e involontaria diffusione del contagio, specie nelle prime fasi dell’epidemia.

5) La pressoché totale assenza delle attività di igiene pubblica (isolamenti dei contatti, tamponi sul territorio a malati e contatti, ecc.)

6) La mancata esecuzione dei tamponi agli operatori sanitari del territorio e in alcune realtà delle strutture ospedaliere pubbliche e private, con ulteriore rischio di diffusione del contagio.

7) Il mancato governo del territorio ha determinato la saturazione dei posti letto ospedalieri con la necessità di trattenere sul territorio pazienti che, in altre circostanze, avrebbero dovuto essere messi in sicurezza mediante ricovero.

[…] La sanità pubblica e la medicina territoriale sono state da molti anni trascurate e depotenziate nella nostra Regione.

Successivamente, i medici avanzano anche proposte per la cosiddetta “fase 2” della Lombardia, ovvero quella della graduale ripresa delle attività. Affinché ciò avvenga, a loro parere è imprescindibile attuare uno screening di massa della popolazione, per capire chi è stato contagiato e chi no, separare i soggetti e così evitare una seconda ondata di contagi.

Ma, soprattutto, dalla lettera si evince come la posizione dei medici in questione sia vicina, se non uguale, a quella dei dottori del Papa Giovanni che scrissero la missiva al New England Journal of Medicine. In altre parole, è assurdo che, davanti a una tragedia simile, le istituzioni non accettino di assumersi delle responsabilità. Anche perché gli errori devono servire a far sì che, in futuro, non se ne commettano di uguali. Ma se non si ammettono, se non si identificano, se non si analizzano questo errori, purtroppo saremo punto e a capo.

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