Dito puntato

Perché Regione Lombardia è stata accusata di “aggiustare” i numeri della pandemia

Le parole del prof Cartebellotta della Fondazione Gimbe hanno alzato un polverone e il Pirellone ha annunciato querela. Effettivamente, sono parole gravi, ma che ci sia stata una gestione pessima dei dati è cosa evidente

Perché Regione Lombardia è stata accusata di “aggiustare” i numeri della pandemia
29 Maggio 2020 ore 11:25

di Andrea Rossetti

Hanno alzato un gran polverone, ieri (28 maggio), le parole del professor Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, a Radio24. In sostanza, Cartabellotta ha detto che la Lombardia “aggiusta” i numeri del contagio per evitare un nuovo lockdown. Più nello specifico, ha parlato di «magheggi». Dichiarazioni che hanno comprensibilmente fatto arrabbiare la Regione, che ha annunciato querela.

Il professor Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe

A dare peso a quelle parole, oltre alla loro intrinseca gravità, anche il fatto che a pronunciarle sia stato un professore che da tempo, sui numeri e sui dati della medicina, ci lavora. La Fondazione Gimbe, infatti, è una realtà senza scopo di lucro nata per «favorire la diffusione e l’applicazione delle migliori evidenze scientifiche con attività indipendenti di ricerca, formazione e informazione scientifica, al fine di migliorare la salute delle persone e di contribuire alla sostenibilità di un servizio sanitario pubblico, equo e universalistico». Da sempre pubblica accurati report e in questi mesi di pandemia le ricerche e le analisi della Fondazione Gimbe hanno rappresentato un punto d’informazione importante per i media.

Resta il fatto che l’accusa di Cartabellotta sia di grande gravità. È davvero così? Davvero Regione Lombardia sta “aggiustando” i numeri? Al momento, dirlo è impossibile. La visione dietrologica, quella del “fanno pochi tamponi per evitare una nuova chiusura delle attività produttive”, senza prove è difficilmente sostenibile. Evidente è, invece, la confusione e la disorganizzazione con cui, in questi mesi, la Regione ha gestito e trattato i dati, rendendo praticamente impossibile avere una visione d’insieme chiara della situazione. Un esempio (che poi è lo stesso che cita anche Cartabellotta) è quello della catalogazione dei guariti e dei dimessi: nei dati regionali vengono messi nella stessa categoria, ma la differenza è evidente, dato che un guarito significa che è negativo al virus, mentre un dimesso è una persona che sta meglio ma che è ancora positiva e necessita dunque di restare isolato.

Il governatore Attilio Fontana

Un altro caso di confusione nella gestione dei numeri è da ritrovare nei fin troppo frequenti asterischi che appaiono nelle slide che quotidianamente la Regione diffonde sui numeri del contagio. Ultimo, quello del 19 maggio sui positivi a Bergamo: trenta ufficialmente, 198 se si contano anche i tamponi effettuati da un laboratorio privato. Oppure, sempre in quei giorni, il caso degli «zero decessi», che in realtà nascondeva soltanto l’ennesimo ritardo nella raccolta dei dati sul territorio. Sempre più spesso, Ats Bergamo s’è trovata costretta a dover precisare i dati che l’ente di cui lei stessa fa parte, ovvero la Regione, ha fornito; così come sin dall’inizio dell’emergenza i dati arrivati da Milano ai media si sono rivelati incompleti, parziali, disordinati.

Regione, nel difendersi dalle accuse, ha spiegato che è ovvio che all’Istituto superiore di sanità non fornisce le slide che diffonde quotidianamente, ma numeri ben più approfonditi. Ci si chiede allora perché quei dati, più approfonditi e completi, non vengano messi a disposizione di tutti. Non magari nelle slide quotidiane, pensate appositamente per “semplificare” la comunicazione, ma quantomeno nei database regionali. In altre parole, parlare di «magheggi» sui numeri è un’accusa «gravissima e pesante», come ha affermato la Regione, ma che qualcosa, nella gestione dei numeri della pandemia, in quel del Pirellone non sia funzionato è evidente. E forse (immaginiamo almeno) era questo che intendeva dire Cartabellotta. Senza retropensieri, ché delle eventuali prove che confermino quelli e delle successive responsabilità è giusto che ci pensi la giustizia e non la stampa.

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