Coordinato dall'Irccs San Matteo

Lo studio sui tamponi debolmente positivi: «Infettività in meno del 3% dei pazienti»

Si tratta della prima ricerca italiana che ha verificato la presenza di virus infettante a bassa carica in esami rinofaringei effettuati su 280 soggetti. Ne ha parlato il professor Giuseppe Remuzzi

Lo studio sui tamponi debolmente positivi: «Infettività in meno del 3% dei pazienti»
22 Giugno 2020 ore 17:25

In un paziente clinicamente guarito, ossia che non presenta più sintomi riconducibili al Coronavirus, quale significato assume l’eventuale positività al tampone nasale? Tradotto: cosa vuol dire quel “debolmente positivi” che ormai da diverso tempo vediamo associato ai nuovi contagi in Lombardia? È la domanda alla quale ha provato a rispondere il primo studio italiano, coordinato dall’Irccs San Matteo di Pavia, che ha verificato la presenza di virus infettante a bassa carica in tamponi nasali effettuati su 280 soggetti. «I risultati dell’analisi mostrano segnali di infettività in meno del 3 per cento dei pazienti, ossia in circa 8 persone – ha sottolineato Fausto Baldanti, responsabile del laboratorio di Virologia molecolare del Policlinico -. La positività al test è il segnale della degradazione di materiale genetico che ormai sta per essere eliminato dall’organismo».

I risultati sono stati illustrati oggi (lunedì 22 gennaio) nel corso di una conferenza stampa a Palazzo Lombardia, alla quale sono intervenuti anche Alessandro Venturi, presidente della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo Pavia, e il professor Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto Mario Negri. «Quando un tampone ha una positività a bassa carica significa che identifica scarse quantità di Rna virale – specifica il professor Baldanti -. Se viene rilevato il materiale genetico allora il virus è presente, ma questo è vero fino ad un certo punto. Nelle fasi risolutive di un’infezione, infatti, il genoma viene frazionato e questi frammenti vengono eliminati dal corpo in tempi più o meno lunghi. Essere positivi ad un tampone, quindi, non significa necessariamente essere contagiosi».

La ricerca potrebbe avere importanti implicazioni per le strategie di sanità pubblica sia italiane sia internazionali. «La situazione attuale è molto diversa da quella che abbiamo vissuto da febbraio ad aprile – evidenzia Giuseppe Remuzzi -. I tamponi che si fanno adesso hanno una quantità virale così bassa dall’essere incapaci di infettare le cellule ed è molto difficile che pazienti di questo tipo contagino altre persone».

L’analisi ha coinvolto anche l’Istituto zooprofilattico della Lombardia e dell’Emilia Romagna, l’ospedale civile di Piacenza, l’ospedale universitario Le Scotte di Siena e il Policlinico di Milano. «Ora è fondamentale che si qualifichino i cosiddetti nuovi positivi. I dati derivanti da questi tamponi mostrano che il virus c’è stato in passato, ma che ora verosimilmente non è più in grado di infettare. Non basta più parlare di nuovi contagi o di tamponi positivi, soprattutto quando ci si riferisce a quelli eseguiti dopo un test sierologico. Ora è necessario specificare quanto una persona risulta positiva. Si potrebbe fare un paragone con la glicemia: non basta dire che è alta, si sapere di quanto è alta».

Il professor Remuzzi ha però specificato che «mascherina, distanziamento sociale e costante igiene restano misure fondamentali per ridurre la carica virale in circolazione. Sono le uniche misure che probabilmente ci hanno protetto. Non è detto che i tamponi eseguiti siano rappresentativi delle persone che incontriamo per strada, che possono essere pre-sintomatici e quindi contagiosi. Tuttavia, va rilevato come negli ospedali non si vedano più malati Covid».

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