la sentenza d'appello

Tragedia di Azzano, le motivazioni per cui è stato condannato Scapin: «Non frenò»

Per i giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia l’imputato avrebbe intenzionalmente urtato la Vespa su cui viaggiavano Matteo Ferrari e Luca Carissimi, morti dopo lo schianto avvenuto tra il 3 e il 4 agosto del 2019

Tragedia di Azzano, le motivazioni per cui è stato condannato Scapin: «Non frenò»
Cronaca Stezzano e Azzano, 24 Agosto 2021 ore 10:44

Per i giudici della Corte d’assise d’appello di Brescia non è plausibile ipotizzare uno scontro accidentale, frutto della paura e dell’annebbiamento causato dall’alcol. Bensì, l’imputato avrebbe intenzionalmente urtato la Vespa su cui viaggiavano Matteo Ferrari e Luca Carissimi, morti dopo lo schianto avvenuto nella notte tra il 3 e il 4 agosto del 2019.

È parte delle motivazioni per cui la Corte d’assise d’appello ha riformato la sentenza di primo grado condannando Matteo Scapin a 11 anni e 8 mesi di reclusione: 11 anni e 4 mesi per duplice omicidio volontario, cui si aggiungono ulteriori 4 mesi per guida in stato d’ebrezza.

Luca Carissimi, 21 anni, e Matteo Ferrari, 18 anni, persero la vita dopo una lite scoppiata all’interno e proseguita all’esterno del Setai, a Orio al Serio. Saliti in macchina Scapin 35 anni, di Curno (tuttora ai domiciliari) e la fidanzata si sarebbero diretti verso casa, ma sarebbero stati raggiunti lungo la Cremasca dove uno dei due ragazzi avrebbe rotto il lunotto posteriore della Mini.

Per gli avvocati difensori, Andrea Pezzotta e Riccardo Tropea, l’investimento era legato allo spavento del momento, all’abuso dell’alcool e a una manovra involontaria. Una tesi opposta a quella dell’accusa, che è stata accolta anche dai giudici, che nella sentenza scrivono che Scapin «non frenò perché quel che stava accadendo era esattamente ciò che egli voleva accadesse». Per i giudici bresciani però si tratta di dolo eventuale, perché verosimilmente l’imputato, intendeva disarcionare i due giovani, non abbatterli.

La Corte d’assise d’appello ha giudicato anche infondata la tesi dell’indole docile e remissiva dell’imputato, in virtù della quale il giudice di primo grado aveva condannato in abbreviato (che prevede lo sconto di un terzo della pena) il trentaquattrenne a 6 anni e 8 mesi per omicidio stradale. Al netto del fatto che «anche in personalità miti, docili e remissive possano maturare estemporanei processi volitivi resi a comportamenti violenti».

Inoltre la Corte bresciana, a differenza di quanto avvenuto durante il processo di primo grado, ha ritenuto attendibili le testimonianze degli amici delle vittime che, a bordo di un’altra moto, stavano seguendo Carissimi e Ferrari. Amici che avrebbero detto di aver visto la Mini Cooper con a bordo l’imputato spostarsi verso destra, per colpire i due giovani.