I voti alle canzoni

Il pagellone e i video della prima serata di Sanremo 2020 (per ora siamo del team Achille Lauro)

05 Febbraio 2020 ore 01:46

di Matteo Rizzi

Premessa: Elodie a parte, a quanto pare non abbiamo nulla a che spartire con la giuria demoscopica (qualunque cosa voglia dire). Loro contano e noi no, ma ci teniamo a dire la nostra come fanno e faranno più o meno tutti in questi giorni. Sta di fatto che la classifica di questa prima serata ha affossato alcuni tra i nostri preferiti e mandato in cielo quelli che noi abbiamo stroncato. Un tedesco, però, una volta ha detto che è vero che sui gusti non si disputa, ma si può discutere. E quindi discutiamone. Ecco il nostro pagellone della prima metà di Sanremo. In attesa dei Pinguini Tattici Nucleari che si esibiranno domani.

Irene Grandi – Finalmente io: 6,5

Voce che sa di anni duemila, con timide concessioni alla drum machine, strumento che dà l’impressione di essere stato poco capito da chi ha lavorato al brano. Si sentono Vasco Rossi e Curreri (il passaggio dalla prima alla quarta nell’apertura sul ritornello e le chitarre in palm mute sono cifra inconfondibile dei due autori, così come la metrica della strofa), la voce forse non è del tutto valorizzata. Puntano sull’energia, ma le chitarre appena distorte sanno di “vorrei ma non posso” e alla fine l’energia arriva solo in parte; puntano sul solito erotismo grintoso alla Irene Grandi, ma sembra il classico riempitivo di una carriera comunque dignitosa. Approvati gli inserti di archi sul finale, approvata Irene, che si diverte e dà l’impressione di essere comunque nel suo posto preferito, il palco. Il brano è perfetto per girare qualche mese su Radio Italia. Per arrivare in alto al Festival forse ci vuole qualcosa in più. Ma, come direbbe l’autore, del brano: «Va bene va bene va bene, va bene così».

Marco Masini – Il Confronto: 6

Potresti suonarla in diretta con lui da quanto è prevedibile: ecco perché potrebbe arrivare a un buon punto nel corso del Festival. Classico brano da accendino con urla alla Masini da metà in poi. Comunque canta bene, l’immagine da uomo responsabile e maturo (lo si evince dalla barba) perlomeno si sposa con un brano che vuole essere la saggia predica di una persona che pensa di aver capito qualcosa della vita e vuole farlo sapere a tutti. Legittimo, e c’è chi lo fa in modo più fastidioso di così. Per il resto rispetto per una storia discografica comunque di rilievo.

Rita Pavone: Niente (Resilienza ’74): 7

Premesse: sembrava dovesse essere la passerella di una star decaduta, invece arriva e ammutolisce l’Ariston. Il brano per giunta, oltre ad avere una grande energia, è pure interessante da un punto di vista armonico e strutturale. Lo stacco di basso prima del bridge è da esaltazione pura. Il retrogusto è pop ballabile internazionale, vagamente contagiato da un rock leggero all’italiana. Rita regge, la voce la segue, il pubblico approva (ed è standing ovation): che sorpresa. Il decimo posto è inspiegabile, visti gli avversari.

Achille Lauro – Me ne frego: 8

Stile vero: abito lungo, piedi scalzi, capelli biondo platino e faccia da “cazzone”, più che «d’angelo», come dice la sua canzone. Direttrice d’orchestra «bravissima e bellissima». Quando Lauro toglie il vestito e rimane in calzamaglia (firmata Gucci) fa venire un infarto a mezza Italia, che inizia a insultarlo sui social. Centro. Il brano è il manifesto di un ragazzo che, piaccia o non piaccia, sta lasciando il segno come pochi altri nella musica italiana di questi ultimi anni; con Boss Doms è sintonia totale. Ci sono i riferimenti glam, degli accenni quasi gospel, lo stile, la freschezza, il revival consapevole e soprattutto l’ironia. Sia nella performance, sia nell’approccio ai codici musicali. Era difficile stupire dopo lo scorso anno: ce l’ha fatta. Forse non vincerà, ma più lo affossano più lui cresce. E forse gli piace pure essere affossato. Ora aspettiamo tutti con ansia il tapiro di Staffelli.

Diodato – Fai rumore: 5,5

Fastidioso intro piano e voce, giro d’accordi tipico di quando i cantautori italiani provano a essere brit, che si conclude su un desolante passaggio da accordo maggiore a minore che vorrebbe essere beatlesiano ma che è maniera da ormai trent’anni. Già dal primo secondo si capisce che nella seconda strofa entrerà la batteria (e infatti…). Il suo brano è lo spirito da mettere sotto il naso delle persone svenute dopo aver visto la sagoma delle grazie di Achille Lauro pochi minuti prima: un ritorno all’ordine, un ritorno alla Rai, e che proprio per questo è comprensibile possa piacere a molti. Lancia a favore: Diodato canta bene e riguardo ai testi sa toccare i tasti giusti. Sfortunato (o fortunato, dipende dai punti di vista) per la posizione in scaletta dopo due esibizioni destinate a dividere e a far parlare: fa tutto, meno che rumore.

Le Vibrazioni – Dov’è: 5,5

Standing ovation per Beppe Vessicchio, e questo basterebbe a trainare il brano. Vincente l’idea della traduzione simultanea nel linguaggio dei segni. Il brano però è nella media ed entrerà nella lotta per il titolo del migliore dei brani mediocri del Festival: lotta interessante, perché spesso chi vince questa partita vince tutto. E infatti per ora sono primi. Gli hammond in un bridge del genere nel 2020 sono da galera. Solito appunto a Castellani, che al basso è davvero tanta roba, ma che da vent’anni anni crede di suonare nei Sex Pistols: nessun giudizio, solo sembra strano…

Anastasio – Rosso di Rabbia: 6,5

Rap di ispirazione old school su chitarre distorte. Crossover da Novanta-Duemila (per stare in Italia: Skasico, Linea 77, certi Articolo 31; per andare all’estero: Limp Bizkit, Rage Against the Machine e Korn, ma piano con le parole). Il groove terzinato è un’arma a doppio taglio, in alcuni punti carica e dà l’energia che vorrebbe, in altri forse arranca. La quota rap è comunque discretamente rappresentata, e il brano potrebbe avere un buon piazzamento finale.

Elodie – Andromeda: 7,5

Brano melodico alla Sanremo ma un po’ più fresco e con dei suoni nel complesso molto più interessanti e internazionali della media. Il tocco di Mahmood, autore del brano, si percepisce: in generale è un pezzo più imprevedibile rispetto agli altri, con un bel passaggio a ritmi danzerecci e coinvolgenti nei ritornelli. Brano da pop star black, un bel mix tra Rai e pop internazionale che potrebbe funzionare. Anche in ottica Eurovision. Bell’idea quella di suggerire l’esplosione del ritornello ritardandola però di qualche battuta e giocando anche sul lavoro della regia che sottolinea il momento con dei salti di inquadratura interessanti. Ben fatto. Lei poi canta bene e tiene il palco che è una meraviglia.

Bugo e Morgan – Sincero: 6

Bluvertigo + anni Duemiladieci + archi sanremesi + l’esuberanza di Morgan che eclissa Bugo nell’inevitabile paragone e che si fa coinvolgere dalla performance sacrificando la precisione. Un brano electro pop che vorrebbe essere il classico brutto anatroccolo difficile da capire fino a che il tempo non lo trasforma in cigno, ma che probabilmente non si trasformerà mai e verrà dimenticato. Restano comunque due firme esperte, importanti, forse meno ispirate che in altri momenti, ma sempre riconoscibili e dispensatrici di alcuni tocchi di classe che fanno piacere. Si intenda, siamo lontani dai migliori momenti sia di uno che dell’altro. Il dodicesimo posto però è ingeneroso.

Alberto Urso – Il Sole ad Est: 4,5

Finita l’era del Volo, ecco Alberto Urso. Non ce n’era bisogno. Il matrimonio tra “belcanto” e musica pop presenta il solito problema: è forzato e mai veramente ragionato. Ma questo è un discorso più ampio. Dopo l’esibizione di Urso, se chiudi gli occhi, puoi sentire Pippo Baudo che, tra gli applausi, dice «che gggrande canzone…». Va bene l’edizione celebrativa, ma Claudio Villa nel 2020 dovrebbe essere ascoltato solo sui dischi (e ben venga). Brano che di per sé gira anche, ma il progetto è davvero fine a se stesso e non ha proprio nulla da dire di nuovo. Ma a quanto pare la giuria demoscopica ha un’ala reazionaria che ha spinto il brano fino al sesto posto. Mio nonno sarebbe stato contento.

Riki – Lo sappiamo entrambi: 5

Non nascondiamoci: il brano è mediocre e ascoltarlo dopo i sedici anni dovrebbe essere vietato per legge; il personaggio è tra i più generici che si siano mai affacciati sul panorama musicale. Il classico bello e possibile alla Disney Channel. E questo lo sappiamo entrambi, inteso noi pubblico e lui cantante. Però non è tutto da buttare: il trattamento dei suoni elettronici (approvato il sintetizzatore che accompagna il pianoforte durante la prima parte) e il filtro alla voce in stile Bon Iver (solo il filtro alla voce, sia chiaro, non ci allarghiamo) danno un tocco di freschezza che rende il tutto più tollerabile. Non è la peggior cosa che sia successa sul palco di Sanremo e rappresenta la quota pre-teenager in maniera tutto sommato accettabile. Ma una sufficienza sarebbe regalata.

Raphael Gualazzi – Carioca: 7,5

Risolleva l’Ariston dalla mediocrità con il consueto controllato virtuosismo pianistico e con un’imprevista cassa dritta che conduce a un ritornello latineggiante decisamente groovy. La coreografia della banda è la performance ironica di chi maneggia il mestiere con cognizione di causa. Il secondo pre-chorus con voce alla Banderas è divertissment puro. Musicista straordinario, compositore ironico, divertito, talentuoso. Per alcuni potrebbe essere il miglior brano del Festival. Non per noi, ma solo perché l’impressione è che il percorso di Raphael Gualazzi sia parallelo rispetto alla storia della Canzone Italiana (e perché comunque tifiamo ai Pinguini a scatola chiusa, anche solo per campanilismo). Non che a Gualazzi importi più di tanto questa sottigliezza storica relativa al rapporto tra la sua musica e la canzone italiana istituzionale. In ogni caso, ottimo lavoro e perfetto esempio di matrimonio felice tra complessità e orecchiabilità.

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