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Il commento

La morte, il dolore e la rabbia: Piermario Morosini si poteva salvare

Sono state pubblicate le motivazioni della sentenza di condanna dei tre medici che hanno soccorso il calciatore. E leggerle è un colpo al cuore

Personaggi 16 Dicembre 2016 ore 06:00

di Xavier Jacobelli

Passa, il tempo, ma non cancella il dolore per la morte di Piermario Morosini, stroncato da un malanno cardiaco il 14 aprile 2012 sul campo di Pescara, durante la partita Pescara-Livorno. Morosini aveva 25 anni, era calcisticamente cresciuto nel vivaio dell’Atalanta, aveva vinto la medaglia di bronzo con l’Under 21 agli Europei 2009, giocava nel Livorno e aveva un obiettivo: tornare a indossare la maglia nerazzurra.

Il dolore per la sua scomparsa diventa ancora più acuto leggendo le quaranta pagine di motivazioni della sentenza di condanna del medico del 118, Vito Molfese (un anno), del medico sociale del Livorno, Manlio Porcellini, e del medico del Pescara, Ernesto Sabatini (otto mesi ciascuno). Dovevano usare il defibrillatore e, se l’avessero usato, il giocatore avrebbe avuto 60-70 per cento di probabilità di sopravvivenza. Ne sarebbe bastata anche solo una.

 

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Scrive testualmente il giudice monocratico del Tribunale di Pescara, Laura D’Arcangelo: «Tutti i medici che hanno collaborato e si sono avvicendati nei primi soccorsi a Morosini erano tenuti all’uso del defibrillatore. Porcellini, Sabatini e Molfese, intervenuti in soccorso di Morosini nei primi minuti dopo il malore, avrebbero dovuto, una volta effettuate le manovre prodromiche, procedere alla defibrillazione». Il giudice condivide le conclusioni dei periti, secondo le quali «Morosini è stato colpito da fibrillazione ventricolare indotta dalla cardiopatia aritmogena da cui era affetto e dallo sforzo fisico intenso». Ancora: «Essendo la funzione e l’uso del defibrillatore, come efficacemente osservato dai periti, patrimonio professionale di ogni medico-chirurgo, anche in carenza di specializzazioni, non c’è dubbio che ognuno degli imputati avrebbe dovuto, constatati i sintomi, verificare, se ce ne fosse stato bisogno, la disponibilità di un defibrillatore».

Il giudice, dall’esame delle immagini tv, appura che il defibrillatore «era presente sul campo, aperto e pronto all’uso, posizionato esattamente accanto alla testa di Morosini. L’utilizzo del defibrillatore in tale frangente costituisce una procedura codificata e non connessa ad alti livelli di specializzazione». D’Arcangelo traccia «una graduazione delle responsabilità sotto il profilo della colpa» e, dopo aver evidenziato che dalle linee guida «non sia ricavabile una regola precisa e consolidata che codifichi l’attribuzione dei ruoli nell’esecuzione di una rianimazione cardiopolmonare», sostiene che «il ruolo di leader avrebbe dovuto essere assunto da Molfese che era sicuramente il soggetto più esperto, essendo istituzionalmente addetto, come responsabile del servizio del 118, alla gestione delle emergenze sul territorio. Tutti gli elementi consentono di ritenere che le probabilità di ripresa del ritmo cardiaco e quindi di scongiurare la morte in quel momento e con quelle modalità, sarebbero quantificabili, nei primi tre minuti dal collasso, qualora fosse stato utilizzato il defibrillatore, intorno al 60/70 per cento. Morosini era un soggetto giovane, in condizioni fisiche che gli avevano consentito di esercitare per anni attività sportiva a livello professionale. La cardiopatia aritmogena dalla quale era affetto, del tutto asintomatica fino all’insorgenza della fibrillazione ventricolare, interessava un’area del muscolo cardiaco molto limitata».