«Mi ispiro alla tv che non c’è più»

Oreste Castagna, il bergamasco gnomo e scrivano della Melevisione

Oreste Castagna, il bergamasco gnomo e scrivano della Melevisione
12 Dicembre 2017 ore 04:00

Oreste Castagna vive a Bergamo. Si è diplomato al Teatro delle Grazie che dal 1958 è trampolino di lancio per molti talenti orobici. Tra di essi, il doppiatore felliniano Renato Cortesi, l’attore Maurizio Donadoni. E in tv, Silvia Arzuffi e Mirella Falco. «Quando sono in città», dice Castagna, «sto sempre con i miei. Amo frequentare i parchi con mio figlio Franceschino. Devo dire che li ho riscoperti e li trovo belli e accoglienti. Quando voglio estraniarmi dal mondo, cammino in Città Alta. Mi piace pensare che sto volando lungo il respiro della storia. È un luogo di grande e profonda meditazione che frequento anche nelle gelide notti di inverno. E penso che noi bergamaschi non riusciamo mai a vedere la nostra città nella sua bellezza così avvolgente e pura. Mi piace fermarmi al Caffè del Tasso che è nato nel 1476 e che ancora oggi esercita un fascino indescrivibile; tengo rapporti con tutte le Scuole di Teatro della Bergamasca: sono una risorsa imprescindibile del nostro tessuto culturale».

 

C’è un vociare gioioso tra i ponti e le altalene del Parco Locatelli, una sorta di festa spontanea e collettiva. È arrivato “Gipo”, i bimbi lo riconoscono e gli fanno girotondi improvvisati, le mamme chiedono selfie e foto col bimbo in braccio. “Gipo” è Oreste Castagna, 58 anni, milanese trapiantato a Bergamo, attore e personaggio popolare della Melevisione e di Rai Yo-Yo, beniamino dei piccoli che in lui riconoscono la rappresentazione di un loro mito.

Castagna, mi racconti la sua storia.
«Una storia classica da figlio di “terrunciello”, papà di origine napoletana emigrato a Milano, la valigia con lo spago, un diploma di perito elettrotecnico in tasca, mamma bergamasca. Si sono conosciuti grazie a scambi di lettere e foto. Si sono incontrati ai piedi della Madonnina e lì sono nato io. Poi ci siamo spostati a Mornico al Serio, pianura sudorientale bergamasca, prima di insediarci definitivamente a Bergamo».

 

 

Quando ha sentito per la prima volta il sacro fuoco della recitazione?
«Scuola media Mazzi, Salvioni, il professore d’italiano, amava leggere La Divina Commedia in classe. Io rimanevo incantato al cospetto di quell’approccio quasi attoriale al capolavoro dantesco. È stato proprio allora che mi sono innamorato della letteratura, della lettura umanistica. Alle superiori, c’era un altro professore fantastico che portava le sue classi a teatro. Un giorno siamo andati al Cinema Nuovo per vedere Jesus Christ Superstar, una roba spaziale all’epoca. Lì ho sentito nascere dentro di me l’attrazione fatale verso la letteratura, verso il palcoscenico».

Come una sorta di richiamo mistico?
«Sì, l’amore per il romanzo, per il racconto, per i simboli della rappresentazione teatrale. A pensarci bene, qualcosa di indefinibile, ma di una forza straordinaria».

Qualcosa che le ha cambiato la vita.
«Sono entrato nel giro di chi inizia a fare questo mestiere, pensando che diventerà il lavoro che si farà da grande. Lingue e letterature straniere al Dams di Bologna, l’incontro con Pietro Ghislandi, attore e ventriloquo bergamasco bravissimo. Con lui ci siamo inventati il duo “Quelli del bunker” che d’estate diventava “Quelli del Bungalow”. Insomma una scemata assurda. I nostri inizi in un garage della casa di un amico, facevamo i cretini perché quello ci sembrava il sistema ideale per cuccare».

Cuccavate?
«Macché. Mai cuccato niente. In compenso andava bene a chi veniva a vederci. Si divertiva e finiva per mettersi con una ragazza. Il massimo che si rimediava, qualche complimento, ma come siete bravi voi due stupidotti…».

Chi si è accorto di voi per primo?
«Bruno Bozzetto. Un giorno è capitato al garage. Ci ha detto: guardate che domani c’è un provino alla Rai di Roma per una nuova trasmissione che deve partire. Io ne curo le sigle. Abbiamo preso la vecchia 500 di Pietro, viaggiato tutta notte. Siamo arrivati in Viale Mazzini a Roma, la schiena spezzata, le gambe anchilosate…».

 

 

E il provino?
«Lì alle 7 del mattino, ci siamo messi su una panchina davanti alla Rai e abbiamo provato il numero che avremmo proposto. La gente passava e ci prendeva per matti. Siamo entrati in sala prove, c’era Elisabetta Gardini, giovane, bellissima. C’erano gli operatori di ripresa. Alla fine si sono complimentati con noi. Dopo quindici giorni ci hanno chiamato al programma Cartoni magici che ho fatto per un bel po’ di anni».

È vero che anche Cinecittà si era interessata a voi?
«Ogni tanto arrivavano proposte dai produttori per portare la coppia a recitare in qualche film tipo “commedia sexy all’italiana”. Ma noi ci dicevamo: che cosa dirà la mamma… insomma eravamo un po’ bortoli… Così siamo tornati a Bergamo».

Qui l’incontro con Zuzzurro e Gaspare.
«Facevamo i nostri numeri al Capriccio di Arcene. Una sera Lorenzo Suraci con quel suo stile da testardo pioniere ci ha fatto esibire prima della famosa coppia comica. Alla fine ci hanno detto: ok, venite a Milano. Ci ha preso l’impresario Marangoni, lo stesso di Pippo Baudo. Siamo andati in tournée con Faletti che allora spopolava per via del suo personaggio, il famoso paninaro. Noi facevamo gli scalda pubblico. Ma funzionava».

Lei ha fatto anche doppiaggio.
«Pietro e io doppiavamo i cartoni animati. Dopo qualche tempo mi hanno chiamato ancora in Rai. La Tv dei Ragazzi voleva lanciare Dodò, un personaggio nato da due miti del teatro come Velia e Tinin Mantegazza. Si faceva a Milano. Sono andato avanti per dieci anni tra travestimenti, piumini, cavalli, mi sembrava di correre una corsa bellissima » .

E Gipo quando è arrivato?
«Dopo aver lavorato a Sereno e variabile, sono approdato a Rai Ragazzi. Lì è nato Gipo e il programma L’Albero Azzurro che personaggi come Eno Biagi, gli autori Franco Iseppi e Raffaele Crovi volevano che si facesse assolutamente».

Castagna lei ha detto: siamo per i bambini ciò che il maestro Manzi è stato per gli italiani.
«Penso che Rai Ragazzi, nonostante abbia avuto diversi cambi di direzione, rimanga sempre un punto di riferimento per la cultura dell’infanzia, come Non è mai troppo tardi è stato veicolo fondamentale per l’alfabetizzazione delle fasce più povere del Belpaese. Lo si coglie non solo nell’attenzione agli stanziamenti di cui gode, ma soprattutto nel riscontro umano che si percepisce in giro. I genitori sono entusiasti di questo canale».

 

 

Perché funziona?
«Raccontiamo storie di vita rivolte ai più piccoli, diffondiamo valori come la scuola, la famiglia che devono essere imprescindibili fin dai primi anni di vita».

A chi si ispira?
«A quel genio che è Gianni Rodari, giornalista, poeta scrittore, autore di testi sublimi come La Grammatica della Fantasia. E provo grande piacere nel constatare che la sua letteratura sia tra i testi della Scuola Montessori. Mi ispiro alla tv che non c’è più, a Pinuccia Nava e al suo Scaramacai, il clown che combinava sempre guai. A Cino Tortorella, Mago Zurlì, che conduceva Lo Zecchino d’oro, a quella televisione che si è persa e che in qualche modo noi cerchiamo di riportare in vita».

La cosiddetta televisione che non c’è più.
«Ricordo la serie Gianni e il Magico Alverman, programmi come L’amico degli animali con Angelo Lombardi. Quella era tv pedagogica e noi cerchiamo di seguire quell’insegnamento».

E vi riuscite tanto che il professor Andrea Canevaro ha definito il suo Dodò un personaggio socratico.
«Stiamo parlando di un guru della pedagogia mondiale, l’autore de L’Albero azzurro, un programma nato e cresciuto senza mai venir meno al ruolo di comunicazione di valori, uno scrigno per il mondo della Scuola e della famiglia».

Gipo comunque è il suo cavallo di battaglia, tutti la chiamano così.
«Gipo Scribantino nasce dall’idea di un pool di autori della Melevisione che ne volevano rimandare in onda i pezzi più caratteristici. Credo che il nome sia ispirato a quello di Gipo Farassino, un cantautore torinese. Il mio Gipo è uno gnomo che scrive. All’inizio era un personaggio standardizzato, poi ha preso vita e ha vissuto per quasi una decina d’anni raccogliendo sempre ascolti molto importanti».

Perché è stato pensionato?
«La rete ha preso una posizione più vicina ai bambini, così Gipo è diventato Oreste, il personaggio che entra nell’uomo che lo interpreta. I bambini ti riconoscono dalla faccia e Oreste continua a raccontare loro delle belle storie di integrazione, di processi multiculturali».

 

 

Una scelta importante e difficile.
«Ma dovuta. Noi facciamo la televisione più vista dagli extracomunitari che possono vederci senza pagare un centesimo, una bellissimo esempio di servizio pubblico. Inoltre siamo molto scaricati nelle scuole. Siamo materiale d’uso per l’insegnamento, una fattore che ci inorgoglisce».

È vero che fa il formatore di quadri aziendali, come il comico Bertolino?
«Sì perché a mia volta la mia formazione parte dal teatro di ricerca di Grotowski, inventore del teatro-laboratorio. Anni fa voleva che Pietro Ghislandi e io andassimo a lavorare con lui. Noi due, da veri bietoloni quali eravamo, scegliemmo la Città dei Mille. Pensi che avremmo potuto girare il Mahbharata, un film pazzesco. Quel processo formativo lo porto nelle aziende dove faccio vera e propria formazione teatrale, roba concreta, mica noccioline, lo studio sulla voce, la postura. E mi seguono tutti con grande interesse».

Ci parli del suo privato.
«Tre anni fa mi sono sposato in seconde nozze con una donna nigeriana. Si chiama Blessing, Benedetta, abbiamo un figlio Franceschino di due anni e mezzo e uno sta per arrivare. Mia moglie lavora con me nelle scuole dove si inventa oggetti di carta colorata che sviluppano la manualità dei piccoli. Data la sua provenienza, porta con sé il tema vastissimo della cultura africana, un mondo di simboli e di storie da scoprire».

Che cosa insegna a Franceschino?
«Forse, meglio dire che cosa insegna mio figlio a me. Per esempio alcuni meccanismi dell’apprendimento dell’infanzia: il tema della lentezza, della ripetizione, della chiarezza, dell’attesa. Temi che io trasporto in televisione. C’è un altro tema di cui non si parla mai».

Quale?
«Quello della felicità. Quando mostri in tv felicità nelle cose che fai, la gente ti ferma per strada e non ti dice bravo. Ti dice: che belle cose che ci fa vedere. Mio figlio mi ha fatto capire che con i bambini non puoi fingere, che l’onestà è il primo valore che deve avere un attore soprattutto, perché “recitare e basta” non è sufficiente a coinvolgerli. Guai a soffocare la loro fantasia».

 

 

Gipo, Dodò, Oreste. E adesso che panni indosserà?
«Sto quindici giorni al mese a Torino a registrare Bumbi per Rai YoYo, un programma voluto dal vicedirettore di Rete Mussi Bulbini e dedicato ai bimbi di due anni. Andrà in onda dal 23 dicembre prossimo. In studio, un pupazzone, io e otto bambini delle scuole dell’infanzia. Noi li lasciamo liberi: se vogliono ascoltarci bene, altrimenti fanno quello che si sentono di fare».

Oreste, lei si sente un po’ bambino?
«La psicologia americana dice più o meno che noi siamo ciò che abbiamo vissuto nei primi cinque anni di vita. I miei devono essere stati proprio belli…».

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