Lombardia sotto pressione

Bergamo tiene, ma se Milano “esplode” saranno dolori per tutti

Nella nostra provincia il sistema dei tamponi inizia a essere in affanno. Pedrini (Finmg) e l'assessore Messina: «Servono urgentemente i test rapidi»

Bergamo tiene, ma se Milano “esplode” saranno dolori per tutti
24 Ottobre 2020 ore 10:34

di Andrea Rossetti

Leggendo i numeri, è difficile non preoccuparsi. Dopo la timida tranquillità estiva, ormai da un paio di settimane in Lombardia i dati del contagio hanno ripreso a galoppare, inesorabili, portando la politica a chiedersi come si possa coniugare la quotidianità al rischio, sempre più concreto, di un nuovo tsunami sul sistema sanitario. E siccome il Dpcm annunciato dal Governo la scorsa domenica (18 ottobre) è stato ritenuto troppo soft per la situazione regionale, i sindaci lombardi e il governatore Attilio Fontana hanno deciso di prendere misure ulteriormente restrittive. Ma basteranno?

Milano fa paura. La fotografia quotidiana del contagio che arriva da Milano fa paura. Il capoluogo lombardo, ferito ma in maniera tutto sommato lieve dall’ondata primaverile, ora rischia seriamente di esplodere. Il virus si espande, di giorno in giorno, a colpi di migliaia di nuovi infetti tra città e hinterland. E anche Varese e Monza-Brianza non sono messe meglio. Il dottor Vittorio Demicheli, direttore sanitario dell’Ats di Milano, già diversi giorni fa aveva affermato che non riescono più a tracciare tutti i contagi. Da allora la situazione non è certo migliorata, anzi.

In Bergamasca, attualmente, la situazione è differente: i numeri parlano di una curva epidemica in crescita sì, ma non a ritmi vertiginosi. Qualcuno dice neppure preoccupanti. Per intenderci: a fronte di un rapporto percentuale tra tamponi effettuati e nuovi casi che su scala regionale è ormai stabilmente sopra il dieci per cento, nella nostra provincia si è arrivati al massimo al 7,5 per cento circa. Questo, però, non significa che andrà tutto bene. Milano preoccupa: se “esplode” il capoluogo, le ripercussioni saranno pesanti. Anche per Bergamo, che ha già iniziato a ricoverare nelle terapie intensive e sub-intensive dei propri ospedali persone provenienti dall’hinterland meneghino e che si appresta a riaprire l’ospedale in Fiera, da luglio trasformato in un centro di controllo per persone guarite dalla Covid e ora pronto a riconvertirsi in hub regionale di fondamentale importanza.

Il problema dei tamponi. In tutto questo, non si può comunque tralasciare il fatto che anche nella nostra provincia il numero dei contagi stia crescendo. Provando a dare una rappresentazione grafica della situazione, potremmo immaginare una corda che di giorno in giorno diventa sempre più tesa. Il sistema sta reggendo, ma inizia a soffrire. E la prima ricaduta è sul sistema dei tamponi. A inizio settimana, il consigliere regionale bergamasco di Azione Niccolò Carretta ha detto: «L’Ats di Bergamo risulta essere al collasso per il numero altissimo di diagnosi dei test che deve licenziare, poiché tra pronto soccorso e scuole la richiesta di tamponi è altissima». Un’affermazione confermata, sebbene con toni meno allarmistici, da Paola Pedrini, medico a Trescore e segretario regionale della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale): «Rispetto a una decina di giorni fa, è indubbio che il sistema sia più in difficoltà. La forbice temporale tra la segnalazione di un sospetto caso Covid, l’effettuazione del tampone e la trasmissione dell’esito si sta allargando. Diciamo che, rispetto alle 72 ore su cui ci eravamo attestati, ora possono passare diversi giorni».

Le testimonianze dirette. La conseguenza di tutto questo è che sono sempre di più le persone che tornano a vivere situazioni paradossali, costrette a casa per giorni e giorni in attesa dell’effettuazione o dell’esito di un tampone. Margherita, residente in Val Brembana, racconta come il servizio Usca (Unità speciale di continuità assistenziale) ci abbia messo una settimana a processare il tampone a un suo familiare, costretto nel frattempo a recarsi all’ospedale di San Giovanni Bianco dato il peggioramento delle sue condizioni di salute. Fortunatamente è poi risultato negativo. Un’altra lettrice, Viviana Carminati, ci ha invece segnalato come, nonostante lei e suo figlio presentino alcuni sintomi Covid, il medico e il pediatra non abbiano voluto sottoporli a tampone per non sovraccaricare il sistema. Circa quest’ultimo caso, la dottoressa Pedrini spiega: «Mi servirebbero più elementi per giudicare. Posso però dire che noi dottori non abbiamo alcun limite circa il numero di casi che possiamo segnalare: la valutazione è solo e soltanto nostra».

Una possibile alternativa. Che il sistema dei tamponi sia sotto pressione è comprensibile. Ats Bergamo, a oggi, riesce a gestire la processazione di 1.700 tamponi al giorno per sei giorni a settimana: un numero buono, cresciuto rispetto ai 1.500 di maggio e più che triplicato rispetto all’inizio della crisi, ma che rischia di non essere più sufficiente adesso che ai tamponi “classici” si sono aggiunti anche quelli delle scuole (ben 3.780 solamente dal 12 al 18 ottobre). In più, con l’arrivo del freddo, crescono anche i casi sospetti. «I pazienti che presentano forme cosiddette parainfluenzali stanno aumentando drasticamente – dichiara Pedrini -. Noi medici riceviamo tantissime telefonate e, di conseguenza, aumenta anche il numero di richieste per i tamponi». «Una cosa va detta – continua Pedrini -: la situazione, a Bergamo e provincia, non è allarmante. C’è preoccupazione, ma i casi sono ancora limitati e sotto controllo. La questione dei tamponi però dimostra che se non si fa qualcosa, presto potremmo essere in emergenza». E quale può essere, allora, la soluzione?

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