La riflessione

Ora che tutti sanno quanti sono davvero i nostri morti, avremo delle risposte?

Dopo che, qui a Bergamo, lo urlavamo da tempo, finalmente anche l'Istat ha fornito un dato reale sui decessi in Bergamasca: +400% rispetto alla media degli anni passati. Davanti a una simile tragedia, il territorio pretende risposte

Ora che tutti sanno quanti sono davvero i nostri morti, avremo delle risposte?
02 Aprile 2020 ore 11:55

di Andrea Rossetti

Finalmente ci sono arrivati. Qui a Bergamo lo dicevamo (e sapevamo) da un po’, purtroppo: le persone decedute in queste settimane sono molte di più di quelle che raccontano i numeri ufficiali forniti quotidianamente da Regione Lombardia e Protezione civile. Ci avevamo titolato, noi di PrimaBergamo, il 20 marzo scorso. Lo hanno confermato, con una dettagliata analisi Comune per Comune, le statistiche raccolte negli ultimi giorni da L’Eco di Bergamo e Corriere Bergamo. In un mese, sono oltre cinquemila i morti in Bergamasca, di cui circa 4.500 riconducibili per sintomi al Coronavirus. Un numero di sei volte superiore rispetto al 2019. I numeri ufficiali, invece, parlano di 2.100 decessi (ad oggi) causati dal Covid-19, tutti avvenuti negli ospedali bergamaschi.

Alla fine, anche l’Istituto superiore di sanità ha dovuto ammetterlo: il 31 marzo, il presidente Silvio Brusaferro ha dichiarato che «è verosimile una sottostima rispetto ai morti riportati. Riportiamo le persone che sono morte alle quali è stato fatto un tampone risultato positivo. I numeri riportati sono i decessi con tamponi positivi, che intercettano una larga parte, ma non tutta la parte». Ci permettiamo di correggere solo quel «larga parte», visto che, purtroppo, qui in Bergamasca la «larga parte» dei decessi è avvenuta nelle case o nelle Rsa, più che negli ospedali. E senza alcun tampone. Poche ore dopo, è stato l’Istat a fornire un quadro più realistico: nel mese di marzo, al Nord, i decessi sono più che raddoppiati rispetto alla media 2015-’19. A Bergamo i decessi sono quasi quadruplicati «passando da una media di 91 casi nel 2015-2019 a 398 nel 2020. Incrementi della stessa intensità, quando non superiori, interessano la maggior parte dei comuni della provincia bergamasca».

Dire ora che qui a Bergamo l’avevamo detto, francamente, serve a poco. Fa male però notare come, a differenza dei media e delle autorità italiane, all’estero se ne fossero accorti da un po’ che la situazione, in particolare in Bergamasca, era ben più grave di quella descritta dai numeri ufficiali. In America si sono susseguiti i reportage dalla nostra terra, iniziati con quella straziante foto dell’Esercito che porta via (per la prima e non unica, purtroppo, volta) i nostri troppi morti e che ha fatto il giro del mondo. Si spera che adesso anche in Italia tutti se ne siano resi conto e che qualcosa cambi. Perché quella che stiamo vivendo è una tragedia di enormi proporzioni: cinquemila e passa morti sono numeri da guerra, per davvero. Anzi, poche comunità hanno vissuto tante “perdite” anche in tempi di conflitti bellici.

L’assessore regionale al Welfare, Giulio Gallera

Ma adesso che, finalmente, le proporzioni del dramma sono state messe in numero, cambierà qualcosa? Proprio ieri (1 aprile) il sindaco Giorgio Gori e i colleghi di Milano, Brescia, Lecco, Varese, Lodi e Cremona hanno posto una serie di domande a Regione Lombardia. Domande legittime ancora senza risposta. Domande certamente critiche, che vanno a toccare i nervi scoperti di una strategia d’azione attuata da Regione davanti all’emergenza che ha purtroppo mostrato molte falle. Ma etichettarle come mera polemica politica, come ha fatto stamani al programma Buongiorno Lombardia l’assessore regionale al Welfare Giulio Gallera, non ci pare la mossa migliore. Perché, sebbene possano essere realmente spinte anche da motivazioni politiche (tutti i sindaci firmatari della lettera sono di centrosinistra, e questo è un dato oggettivo), sono domande sensate, logiche: quando arriveranno finalmente i dispositivi di protezione individuale promessi? Quando si cercherà di porre fine all’ecatombe che sta avvenendo nelle Rsa? Perché non si stanno facendo tamponi a tutti i sintomatici e, qualora questi siano positivi, ai loro familiari e ai loro contatti recenti? Non rispondere a queste domande significa, per l’ennesima volta, decidere di non decidere; significa far finta che i morti non siano oltre cinquemila in Bergamasca. Significa non aver rispetto di una tragedia senza precedenti che ha colpito e sta colpendo la nostra terra con una durezza inaudita. Le polemiche non ci interessano, ci interessano le risposte adesso. E siamo un po’ stanchi di non riceverne.

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