Emergenza Coronavirus

Yaye di Pontida, morta a soli 31 anni: al Papa Giovanni sempre più pazienti giovani

Operaia alla Brembo di Curno, le sue condizioni sono peggiorate in modo molto rapido: la sua storia svelata dal Corriere Bergamo. È la vittima di minor età. Il dottor Lorini: «Da metà marzo casi in aumento tra gli Under 40. Stiamo studiano i casi»

Yaye di Pontida, morta a soli 31 anni: al Papa Giovanni sempre più pazienti giovani
Mozzo e Curno, 16 Aprile 2020 ore 09:52

Emiliano Perani aveva solo 36 anni. La sua morte per Covid-19 ha colpito tutti e straziato la comunità di Casnigo, dove viveva ed era cresciuto. Giovane, in forma, affamato di viaggi e avventure, eppure il virus lo ha vinto. Una vittima giovane, e non l’unica. Con il suo espandersi, la pandemia ha iniziato a colpire sempre più persone non anziane. Anche in maniera grave. Lo dimostra il caso di un’altra giovane vittima della nostra provincia: Yaye Mai Diouf, operai della Brembo a Curno e residente a Pontida. Avrebbe compiuto 32 anni in questi giorni, come ha rivelato il Corriere Bergamo.

Yaye Mai Diouf (foto Facebook)

Il decesso di Yaye, in realtà, risale alla notte tra il 21 e il 22 marzo. Madre di un bambino di due anni, era incinta del suo secondo figlio. Un dramma nel dramma. Il fratello Omar ha detto al Corriere: «Da una settimana aveva febbre e tosse, ma niente di così grave. L’ultima volta che ci siamo parlati, il venerdì sera, l’avevo sentita bene. Poi, nella notte, è peggiorata all’improvviso, aveva dolori e ha perso i sensi». Trasportata d’urgenza al pronto soccorso, è morta poco dopo. A Yaye non era stato fatto il tampone, ma tutto lascia pensare che sia morta per il Covid. È la vittima più giovane della Bergamasca. Al Papa Giovanni l’età media dei ricoverati in Terapia intensiva è di 58 anni, mentre a livello regionale è di 62 anni.

Sempre al Corriere, il dottor Luca Lorini, a capo del dipartimento di Emergenza, urgenza e area critica, spiega che dalla metà di marzo sono aumentati in modo importante i pazienti affetti da Covid particolarmente giovani. Il perché, però, ancora non è chiaro. Due le ipotesi attualmente al vaglio: la prima è che, essendo più giovani, abbiano resistito più a lungo alla malattia e dunque, quando si sono visti costretti al ricovero, le loro condizioni fossero ormai compromesse; la seconda, «più probabile» afferma Lorini, è che il virus scateni in questi pazienti una reazione iperimmune che è peggio del virus, «un po’ come avviene in chi rigetta il trapianto». Questo lo dimostrerebbero i primi dati a disposizione, che mostrano come nei soggetti più giovani il virus intacchi solo i polmoni con una forza spropositata e non altri organi invece. «Sono solo ipotesi – conclude Lorini -, ma ci arriveremo e questo ci aiuterà a dire quale è la terapia migliore».

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