Una inchiesta di Gambero Rosso

Costa troppo il caffè da Starbucks? No, parola di esperti (bergamaschi)

Costa troppo il caffè da Starbucks? No, parola di esperti (bergamaschi)
Tendenze 21 Settembre 2018 ore 06:00

Dal giorno della sua inaugurazione, il primo punto vendita italiano di Starbucks (e che punto vendita!) non ha avuto pace. Da un lato le lunghissime code delle persone desiderose di provare l’esperienza di un caffè all’interno di quel meraviglioso monumento alla globalizzazione e al capitalismo (definizione che non per forza va letta in negativo, anzi); dall’altro la lunghissima coda di polemiche che l’apertura s’è portata dietro. A partire da un elemento, in particolare: il costo del caffè, cioè 1,80 euro per una tazzina.

 

 

La (insensata) denuncia del Codacons. Che sia caro è fuori di dubbio. Tanto che il Codacons, associazione dei consumatori che non perde occasione per conquistarsi uno spazietto nelle prime pagine dei giornali italiani, ha deciso di presentare denuncia all’Antitrust: «Prezzi troppo alti, l’autorità verifichi la correttezza delle tariffe imposte ai consumatori». Una baggianata fine a se stessa, l’ennesima operazione mediatica che non porterà da nessuna parte. Anche perché, come in ogni settore non monopolistico, sarà il mercato a dire se il prezzo è troppo alto o meno. Al di là delle sterili polemiche, però, sono tanti quelli che ritengono la cifra di 1,80 euro eccessiva per un caffè. In particolare coloro che, quando si cita Starbucks, storcono il naso e corrugano la fronte ribadendo l’indiscutibile superiorità del caffè italiano a ogni altro tipo di caffè, in particolare quello americano. Eppure è un errore paragonare il neonato Starbucks di Piazza Cordusio agli altri punti vendita della catena sparsi per il mondo. E lo ha sottolineato benissimo, in un’interessante inchiesta, la stimata rivista di enogastronomia Gambero Rosso.

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Il giudizio dell’esperto bergamasco. Innanzitutto, il punto vendita meneghino non è un punto vendita qualunque, ma un Reserve Roastery Starbucks come ce ne sono soltanto altri due nel mondo (uno a Seattle e uno a Shangai). Un vero e proprio mausoleo dedicato all’arte del caffè, dove macchinari di altissima qualità sono messi al servizio di miscele pregiate in un ambiente che abbina magistralmente il lato estetico a quello funzionale. Il primo impatto con il locale, infatti, è completamente diverso da quello con qualsiasi altro bar: pare di entrare in un museo più che in una caffetteria. Come sottolinea Gambero Rosso, però, la location non è tutto. C’è anche il caffè, per l’appunto. Che è tutto fuorché di pessima qualità. E a dirlo non siamo né noi né Michela Becchi, autrice dell’inchiesta per la rivista, bensì i professionisti del settore specialty (ovvero baristi, torrefattori e importatori da anni impegnati nella promozione della qualità del caffè). Tra questi, anche Maurizio Valli, torrefattore, barista ed esperto di analisi sensoriale del Bugan Coffee Lab di Bergamo, in via Quarenghi. Valli è andato nello Starbucks di Piazzale Cordusio ed è rimasto completamente soddisfatto di quel che ci ha trovato: «Ho speso molto, provato tutto, e non me ne pento – ha raccontato a Gambero Rosso -. Ogni bevanda era estratta in maniera rigorosa. Non smetterò mai di ripetere quanto siano preparati i ragazzi dietro il bancone. I chicchi sono più scuri, vero, ma non si percepiscono note sgradevoli di bruciato o rancido. C’è un sentore fumé, voluto, che può piacere o meno, ma è il loro marchio di fabbrica».

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Qualità, non solo nel prodotto. La qualità, quindi, c’è. Ed era difficile aspettarsi il contrario, sinceramente: proprio il numero uno di Starbucks, quando annunciò lo sbarco del marchio in Italia, spiegava come finora non aveva mai voluto aprire in Italia perché temeva la nostra passione (che sfiora l’ossessione) per il buon caffè. Era consapevole della concorrenza qualitativa che avrebbe trovato, così come delle resistenze e dei muri che avrebbe dovuto abbattere. Difficile quindi pensare che, alla fine, Starbucks sbarcasse in Italia con un prodotto mediocre, per non dire pessimo. Certo, l’amante dell’espresso puro non troverà quel che cerca in Piazzale Cordusio, ma troverà qualcosa di nuovo e altrettanto buono. Ma, soprattutto, troverà un servizio che tre quarti dei bar italiani si sognano, in particolare i tantissimi locali che riempiono le vie nei dintorni del Duomo di Milano, come sottolinea un altro esperto di caffè a Gambero Rosso: «Il servizio è di altissimo livello e non si è obbligati a consumare. Provate ad andare in un bar qualsiasi in zona Duomo e sedervi al tavolo senza ordinare nulla: sicuramente i titolari vi inviteranno a consumare o ad alzarvi. Al Reserve ci si va anche solo per farsi una cultura sul caffè, chiedere informazioni, spiegazioni sulle diverse origini e miscele. E poi il prezzo dei bar vicini in centro città non si allontana così tanto da quello di Starbucks…».

 

 

Ok, il prezzo è giusto. Qualità e servizio eccellenti, quindi. Ma c’è un ultimo elemento che giustifica il prezzo più alto della media applicato da Starbucks: il costo di produzione e mantenimento di tutto questo. L’espresso che Starbucks offre, infatti, non è uguale al classico espresso italiano: è un double shot, che richiede circa 14 grammi di caffè invece dei canonici 7 grammi. Stando al prezzo medio del caffè attuale, ciò significa che ogni tazzina costa circa trenta centesimi a Starbucks. Cifra a cui vanno aggiunte le altre spese (personale e location). Secondo Davide Cobelli della Coffee Training Academy, scuola di formazione veronese per baristi e torrefattori, così «si arriva minimo a 80 centesimi, se non più di un euro». Impensabile, dunque, che Starbucks proponga il suo caffè alla classica cifra di un euro, un euro e venti. Deve pur sempre guadagnare. Insomma, capiamo benissimo che non tutti sono disposti a spendere 1,80 euro per una tazzina, ma prima di partire con la critica a testa bassa sarebbe bene farsi due domande e capire cosa si nasconde davvero, dietro a quella tazzina. Con buona pace del Codacons.

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